Zio Enzo: le “famose” 81 pagine dattiloscritte

Pubblico qui di seguito lo scritto (digitalizzato da Cristina Iacopini) che zio Enzo ci ha lasciato. Sono 81 pagine dattiloscritte che trovo splendide. Le lessi la prima volta a Pescara nel 1992, a casa di zia Cecilia e zio Gianfranco. Ero là per il loro 25mo anniversario di matrimonio. Ricordo che la notte rimasi sveglio a lungo leggendo e meditando quelle pagine (Daniele).

Il primo versetto del frontespizio di zio Enzo. E’ un celebre verso di Virgilio. All’inizio dell’Eneide, quando la tempesta ha distrutto quasi tutte le navi di Enea, lui cerca di rincuorare i compagni scampati con quelle parole (Aen, I, 203) – Carlo De Marco.

INDICE

Fermo
Torchiaro
La casa di Torchiaro
Gli antenati
Nonna Filomena
Papà

 

FERMO

Sono nato il 24 gennaio 1922, alle dieci del mattino. Riferisco anche l’ora, per l’eventualità che qualcuno si prenda un giorno la pena di stabilire il mio oroscopo e di indagare se si debba alle stelle tutto ciò che da allora m’è capitato. Il luogo di nascita, come dice l’anagrafe, è Fermo. in provincia di Ascoli Piceno.

Veramente, nei primi venti anni della mia vita io mi sono considerato cittadino di Torchiaro, il più miserabile dei paesi che costituiscono il circondario di Fermo, a una dozzina di chilometri verso sud-ovest; ne mai ho amato la città in cui ho avuto i natali. Ma l’anagrafe dice inequivocabilmente che sono nato a Fermo, al n°1 di vicolo Rosati; dove, a quanto pare, i miei genitori abitarono nei primi due o tre anni del matrimonio.

Fermo era allora, ed è in parte anche oggi, la più importante cittadina nel triangolo compreso tra Ascoli Piceno, Macerata e Ancona. Contava circa 25.000 abitanti ed era il capoluogo naturale per gl’innumerevoli piccoli comuni allineati
sulle colline, lungo i corsi dell’Aso, dell’Ete e del Tenna, dal mare, che era lì a due passi verso est, fino ai monti Sibillini che chiudevano ad ovest l’orizzonte, con le
loro sagome azzurre. Era, ed è, press’a poco, lo stesso panorama che contemplava Giacomo Leopardi d’in su i veroni del paterno ostello, nella vicina Recanati.

I fermani erano terribilmente orgogliosi della loro città: della sua storia, delle sue origini remote, della sua fedeltà a Roma durante le guerre puniche e le guerre sociali (“Firmum. firma fide, Romanorun colonia” hanno scritto sullo stemma del Comune), del suo ruolo di capitale di una marca imperiale durante il Medio Evo; delle sue scuole, del suo tribunale, dei suoi monumenti antichi e moderni, e in particolare del Duomo dell’Assunta, bianco e solitario nell’azzurro del cielo, fra i pini del grande spiazzo in cima al colle. La città, copriva i fianchi del colle di un mantello grigio di case, di chiese, di torri, ma lasciava scoperte le rupi di arenaria su verso il cocuzzolo, fra ciuffi di vegetazione selvaggia. Sopra si stendeva il Girfalco, che un tempo era stata la rocca, e adesso era un grande pacifico
giardino pubblico pianeggiante, con una fontana al centro, prati verdi e aiuole fiorite, chiuso verso sud dalla villa del conte Vinci, mezzo nascosta fra gli alberi, e dominato nella parte opposta dalla mole imponente del Duomo. Oltre il quale, da una balaustra di pietra, si vedeva.negli avvallamenti fra le colline degradanti, l’azzurro intenso dell’Adriatico.

Più in basso, in un ripiano che formava come un gradino nel declivio del colle, si allungava la piazza, più o meno rettangolare, coi lati lunghi a porticato, chiusa alle due estremità rispettivamente dal palazzo della Sottoprefettura e da quello trecentesco del Comune. Vi si accedeva, come ad una sala, per due grandi archi, sui lati minori. Tutto questo era bello: ed anche il resto, con la patina di nobiltà che il tempo aveva steso persine nei vicoli e sugli edifici più umili, aveva, ed ha, un suo fascino. Ma i fermani lo consideravano bellissimo; e giudicavano le altre città della regione, compresi i capoluoghi di provincia, di gran lunga più ignobili.

Eh, sì, i fermani erano entusiasti della loro città. Essa era il centro di una vasta zona agricola: vi si tenevano memorabili feste e fiere gigantesche, soprattutto a  Ferragosto, quando la baldoria durava tre giorni, e a Fermo confluivano folle sterminate e variopinte di contadini e di abitanti di tutti i paesi dei dintorni.

Le cerimonie religiose erano a Fermo particolarmente solenni: l’arcivescovo aveva il titolo di “arcivescovo e principe di Fermo”; il seminario, accovacciato dalla parte nord ai piedi della cattedrale, raccoglieva dalla vastissima diocesi circa 200 o 250 seminaristi, dalla prima ginnasiale al quarto anno di teologia. Le chiese erano belle; e così numerose che era difficile percorrere cento metri di strada senza incontrarne una. In certe ore del giorno, soprattutto nelle feste, Fermo era tutto uno scampanio: suonavano su per i vicoli le campanelle chiocce dei monasteri femminili, suonavano tutte insieme, da tutti i lati del colle, le campane di S. Francesco, di S. Domenico, di S. Gregorio, di S. Pietro, di S. Zenone, di S. Agostino, di S. Filippo, e non so di quanti altri santi; ma dall’alto dominava su tutto, profondo e vastissimo, il rombo del campanone del Duomo, e impastava
tutti gli altri suoni in una specie di aereo, grandioso concerto. Quando il vento era favorevole, quel rombo arrivava fino a dieci, a quindici chilometri di distanza e gli abitanti dei paesi circostanti facevano silenzio per ascoltarlo.

Quale altra città, nei dintorni, poteva vantare un campanone di quaranta quintali, come quello? Uno simile si trovava soltanto a Loreto; ma Loreto era un santuario pontificio, e come tale, in un certo senso, era al di fuori o
al di sopra delle competizioni.

Altro motivo di vanto per i Fermani erano le tradizioni culturali della città. La biblioteca comunale, a fianco del municipio, nel palazzo dove un tempo aveva avuto sede una facoltà universitaria di teologia, conteneva più di 200.000 volumi, e fra questi un gran numero di manoscritti e di incunaboli, in parte inesplorati.

I popolani di Fermo non sapevano neppure che cosa fossero i manoscritti ed incunaboli, ma sapevano che c’erano e ne erano orgogliosi.

Quanto a scuole poi, poche altre città, all’infuori naturalmente delle grandi metropoli e delle sedi universitarie, potevano competere con Fermo. Anzi una di queste scuole, l’Istituto Tecnico Industriale “Montani”, “il primo Istituto Tecnico Industriale fondato in Italia”, aveva fama nazionale ed internazionale; fra i suoi duemila studenti c’erano anche degli stranieri, e persino degli africani.

C’era poi un famoso e venerando Ginnasio-Liceo, che prendeva il nome da Annibal Caro, il letterato cinquecentesco traduttore dell’Eneide, originario della vicina Civitanova; ma idealmente era posto sotto la tutela di Giacomo Leopardi, una statua del quale, in una piazzetta di fronte al portone del  Liceo, in piedi sul suo alto piedistallo, sfogliava eternamente un suo libro di pietra, ad ammirazione ed edificazione degli studenti. C’era, non lontano dal Classico, il liceo Scientifico ed era dedicato a Calzecchi Onesti, il fisico di Monterubbiano inventore del coherer e “precursore del grande Marconi”. C’era l’Istituto Magistrale, che un tempo si chiamava Scuola Normale. Insomma, le scuole c’erano tutte, dicevano i fermani e Fermo era in realtà popolata e in un certo senso caratterizzata dagli studenti. Molte famiglie, specialmente nel versante sud intorno all’Istituto Industriale, quadravano il loro bilancio e partecipavano alla vita culturale della città affittando camere.

Su, nello stradone che saliva al Girfalco, troneggiava il teatro dell’Aquila, famoso in tutto il circondario per la sua bellezza e per le memorabili stagioni liriche che vi si svolgevano due volte all’anno. Non c’era fermano che non fosse convinto di essere intenditore di musica operistica e che non sapesse a memoria un certo numero di romanze: in piazza a Ferragosto si faceva un silenzio di tomba quando la banda attaccava la marcia dell’Aida o la cornetta solista intonava qualche aria del Trovatore o della Tosca; i vecchi battevano il tempo col loro bastone e guardavano torvi gl’ignoranti disturbatori, per lo più campagnoli e ”paesani” dei paesi vicini.

I fermani . si sentivano infinitamente superiori a tutti gli abitanti del circondario: che poteva esservi di comune fra un ”cittadino” nato a Fermo, dentro la cerchia delle vecchie mura, e un “paesano”, per esempio, di Grottazzolina o di Petritoli? Nei riguardi dei contadini poi, o degli abitanti dei miserabili villaggi agricoli dei dintorni, anche il più povero dei fermani si sentiva un padreterno. Ho conosciuto un bidello dell’Istituto Industriale, nativo di Torchiaro ma abitante da molti anni a Fermo, che, quando tornava al paese a trovare i parenti, si dava arie di gran signore e trattava tutti con affabile, ma distaccata condiscendenza; poi coi suoi conoscenti e colleghi fermani si vergognava di quelle gite torchiaresi e cercava di nasconderle.

Naturalmente dagli abitanti dei paesi vicini i fermani erano ricambiati con un odio feroce: ”li firmà”, dicevano, “larghi de culu e stritti de ma”. C’era, in quel riferimento al diametro del posteriore, l’intenzione di un’ingiuria sanguinosa; ma nell’accusa ai fermarli di essere stretti di mano, c’era anche un implicito riconoscimento della propria inferiorità, una dispettosa accettazione del loro ruolo di subalterni pitocchi nei confronti degli abitanti del capoluogo: dai “signori” di Fermo, insomma, ci si aspettava maggior larghezza di mano, qualche mancia o qualche elemosina in più.

In un luogo siffatto e fra siffatti concittadini mi capitò di nascere in quel lontano 24 gennaio del 1922.

TORCHIARO

torna all’inizio

Ma la famiglia di mio padre non era di Fermo. Papa aveva una sua grande casa a Torchiaro. Chi parte da Fermo e si dirige verso mezzogiorno discende il colle ed esce dalla città per Porta S. Giuliano. Da qui si diramano due strade: una volge subito a destra e cala verso il
Tenna, dove si congiunge con la strada di fondovalle, che collega il mare coi monti Sibillini; l’altra prosegue dritta in discesa, e ben presto, per ripidi tornanti, affonda nella
valle dell’Ete; da qui, attraversato il ponte sul piccolo fiume, comincia a risalire verso i colli disseminati di paeselli a sud di Fermo. Subito dopo il ponte, questa strada si dirama ancora: un tronco s’arrampica a serpentina verso Monterubbiano, un altro devia a destra, dentro la valle dell’Ete, e sale faticosamente verso Ponzano, seguendo lo sporgere e il rientrare dei fianchi dei colli.

Torchiaro

Il paesaggio, nonostante la cocciuta fatica dei contadini marchigiani, disposti a coltivare qualsiasi pezzo di terra purché sia accessibile, diventa presto piuttosto selvaggio,
poiché la strada s’arrampica sul fianco ripido della valle; e giù in fondo, a sinistra, nascosto da una fitta vegetazione di pioppi e di acacie, fra campi scoscesi e ripe precipiti, corre il piccolo fiume.

Un viaggiatore distratto non si accorge che ad un certo punto, due o tre chilometri prima di arrivare a Ponzano, giù in basso, in mezzo alla vegetazione fitta e scura della forra,
appaiono i tetti di un minuscolo paese. Le case, vecchissime, hanno lo stesso colore della terra: s’ammucchiano su un brevissimo spazio, all’estremità di uno sprone di arenaria,
sopra la confluenza di due fiumicelli affluenti dell’Ete. Quel villaggio, sprofondato nella valle, isolato sul suo piccolo promontorio, è Torchiaro, frazione di Ponzano di Fermo.

Così come quasi invisibile, Torchiaro è quasi inaccessibile. Sulla strada provinciale che collega Ponzano con Fermo, da un luogo detto “la croce” o anche “il passo”, va giù una
stradetta a brevi e vertiginosi tornanti; sprofonda a capofitto nella vegetazione del fondovalle, poi risale il fianco del promontorio, aggira sempre in salita il paesello e
v’entra finalmente dalla parte di dietro. E’ larga in alcuni punti punti poco più di due metri e al tempo della mia fanciullezza era grossolanamente brecciata. Ma si chiamava, e si chiama ancora, la strada nuova. Segno che, prima che venisse fatta, a Torchiaro si poteva scendere soltanto a piedi, o al massimo con carri agricoli, per viottoli di campagna in terra battuta.

Tutto il paese si riduce ad una unica via, malamente selciata, che va da una vecchia porta ad arco, sotto un torrione sforacchiato, fino alla piazza e alla chiesa. A destra e a sinistra si allineano una cinquantina di catapecchie, delle quali solo qualcuna, con un po’ di buona volontà, potrebbe chiamarsi una casa. A quei tempi, ai tempi della mia fanciullezza, era stata aperta da poco anche un’altra strada, che dalla piazza, passando fuori dell’abitato, si ricongiungeva con la strada d’accesso proprio di fronte all’arco della porta. E poiché era scoperta ed esposta ai venti del nord, era detta ”da bora” , sebbene in realtà corresse ad occidente del paese.

Qui sono le mie vere radici, qui sono ambientati i miei ricordi d’infanzia. Torchiaro, questo miserabile villaggio di “merdaròli” – come dicevano i fermani, alludendo ai poverissimi
terrazzai che andavano lungo le strade a raccogliere il letame delle vacche e dei cavalli per i loro orticelli – Torchiaro, paese disprezzatissimo fra tutti i disprezzati paesi dei dintorni di Fermo, e quasi simbolo e sinonimo di miseria, d’ignoranza, di arretratezza, è la mia vera patria.

Tutte le case di Torchiare erano vecchissime, forse coeve al muraglione che cingeva l’abitato e ad oriente sembrava puntellare il paese sulla sua rupe, denunciando chiaramente, insieme con la profonda porta ad arco e col torrione, l’origine militare del borgo. Ma non tutte erano catapecchie al limite dell’abitabilità.

LA CASA DI TORCHIARO

torna all’inizio

Poco fuori dal paese vero e proprio,  papà possedeva una grande casa a tre piani; all’esterno corrosa e brunita dal tempo come tutte le altre, ma dentro spaziosa e, almeno al piano superiore, decorosa quasi come una casa di città. Era la casa più grande e più bella di Torchiaro, una casa di “signori”, come dicevano i ragazzini miei compagni di giochi. Nessun’altra casa del paese era paragonabile ad essa, neppure quella dei Guarnieri, neppure quella del curato accanto alla chiesa, all’altra estremità dell’abitato.

La casa di Torchiaro, vista lato strada

La pianta era un largo rettangolo col lato maggiore parallelo alla strada in salita. Internamente la divisione era molto elementare: un muro maestro la divideva a metà nel senso della lunghezza, e altri due muri perpendicolari a quello la tagliavano trasversalmente nel senso della larghezza. Cosicché ogni piano era diviso in sei vani, uno dei quali era occupato parzialmente dalle scale. La strada, salendo, tagliava obliquamente il piano terra, dov’erano le cantine, dimodoché esso, nella parte più alta, diventava seminterrato. Quassù
stava il portoncino d’ingresso, oltre il quale una breve rampa di scale immetteva
nell’ “entrata” del primo piano.

Altra vista della casa dalla strada (2004)

Sotto, al piano terra, c’erano una rimessa, dove ricordo di aver visto una volta un calessino; uno stanzone per la vendemmia due  cantine scure, con due botti grosse e una piccola per il vino cotto; una legnaia, in fondo alla quale si apriva la porta per la stalla dei maiali: e un altro locale che serviva normalmente da pollaio, ma nel quale vagamente mi pare di aver visto un tempo un cavallo bianco.

Ingresso
Le finestre del pino superiore
Il terrazzo posteriore

Sopra, al primo piano, dall’entrata si passava direttamente alla cucina; qui si trovavano un grande camino sempre nero di fuliggine; la vecchia madia nella quale mia nonna impastava settimanalmente il pane, e che, col suo cassetto e gli sportelli in basso, serviva anche da credenza: un fornello in muratura; un oscuro sciacquaio sul quale biancheggiavano due panciute brocche di coccio; un tavolo rettangolare per i grandi e uno più basso e più piccolo per noi bambini. Qui viveva abitualmente la famiglia, specialmente d’inverno, quando tutti si stringevano sotto la cappa del camino, davanti al fuoco. Nei pomeriggi d’estate invece la cucina restava deserta: allora nella penombra era possibile sentire là dentro un ronzio continuo, come d’alveare: erano le mosche, che vi volteggiavano a migliaia e coprivano di una fodera nera e brulicante i fili della luce.

Planimetria su due piani della casa di Torchiaro

Dalla cucina si passava al “camerone”, uno stanzone di sgombero e di passaggio, dal pavimento di mattoni sconnesso e traballante. Qui si apriva una porta che dava, sul retro della casa, ad un ripiano in cemento: si trattava in realtà della copertura della stalla dei maiali, ma col suo parapetto in muratura passava benissimo anche per una terrazza e fu uno dei teatri dei nostri giochi infantili.

Attraversando il camerone s’entrava nella camera dei nonni. Oltre al letto di ferro, c’era In un angolo una vecchissima scrivania di mio nonno, con sopra una cartella sbrindellata e un calamaio metallico dall’alta spalliera arricciolata, che da bambino mi incuriosiva moltissimo, soprattutto perché, tra le due vaschette di vetro verde a corolla di fiore, conteneva uno spolverino di metallo con della sabbia per asciugare. C’era inoltre un vecchio comò di noce, sopra il quale troneggiava, in bilico su un’impalcatura a colonnine tornite, un appannato specchio rettangolare. Dai cassetti, quando nonna li apriva, veniva un odore di spigo e d’Acqua di Scala.

Che altro c’era? Nient’altro, mi pare; se si esclude il vaso da notte di ceramica bianca sotto il letto, oggetto curioso per noi bambini, che eravamo stati abituati a servirci del gabinetto, al piano di sopra.

Girando in senso orario e tornando verso l’entrata, dalla camera dei nonni si passava alle due stanze che servivano da magazzino. Questo era il regno di mia nonna: qui lei regnava
sovrana sui sacchi della farina e del grano, sui festoni di salsicce, sul lardo e la vescica di strutto pendenti dalle travi del soffitto, sul sacchetto delle noci e su quello dei fichi secchi, nascosti nel vano di un secondo camino: il quale, non usandosi mai, era bianco di calce e, in confronto a quello della cucina, sembrava morto. Nei mesi d’autunno e d’inverno, in uno dei due magazzini nonna montava il suo telaio e noi passavamo ore ed ore al suo fianco a contemplare il volo trasversale della navetta tra i fili dell’ordito, la danza dei licci mossi da un pedale, il secco battere del pettine sulla trama. Sotto Natale vi si faceva la salatura della carne del maiale di casa, e allora imperava in quelle stanze. il vecchio Pietro Scoccia, burbero e intollerante con noi bambini. Qualche volta ci permetteva di bucare con uno spillo le salsicce per farne uscire l’aria, a mano a mano che si srotolavano come serpenti dal cannello del tritacarne. Ma poi ci cacciava via, perché, presi da sacro zelo, ci mettevamo a crivellarle di colpi a casaccio.

In primavera i magazzini si sgombravano e nonna, con l’aiuto di alcune donne del paese, vi allevava i bachi da seta.

Dall’entrata si saliva al piano di sopra per due rampe di scale. In cima alla seconda rampa una porta rossa con la maniglia di maiolica e la sovrapporta a vetri colorati dava subito l’impressione che questo era il piano più importante e più bello della casa. Per la porta s’entrava in un corridoio. Subito di fronte c’era lo studio di papa: una scrivania di
legno comune dalle gambe tornite, un divano, una libreria di bambù, una scansia a muro, dove erano ammucchiati un po’ alla rinfusa vecchi libri, giornali e riviste. C’erano molti numeri delle “Vie d’Italia” del Touring Club, due volumi contenenti un’annata della rivista “Noi e il mondo”, due copie del Guerrino il Meschino edito da Sonzogni, alcune opere del
D’annunzio, i Promessi Sposi, una Divina Commedia col commento del Casini, un “Quo Vadis?”, e altro ancora, compresi alcuni rotoli di disegni di papà. Tutte le riviste e la maggior parte dei libri furono oggetto della nostra attenzione di bambini, e andarono distrutte. Dei mobili esistono ancora la scrivania e la libreria di bambù: sono andate a finire a Padova in casa di mio fratello Massimo.

Qualcuno dei libri è passato nella mia biblioteca: “Le vergini delle rocce” di D’Annunzio e la Divina Commedia, per esempio. Nella mia biblioteca è finito anche il “Dizionario di
cognizioni utili”, in 5 volumi, del Lessona, alcuni dei libri scolastici di papa e un Decamerone illustrato in due volumi, tutti rilegati in pelle, con fregi e il nome di papa impressi in oro sul dorso. C’erano anche, nel ripiano più basso della libreria di bambù, molti volumi di una Enciclopedia Agraria, per altro incompleta. Adesso, rilegati in pelle rossa, figurano nella mia biblioteca: quando ero in Egitto, li portai laggiù e li feci rilegare per pochi soldi.

A destra del corridoio si apriva il vano della scala che saliva alle soffitte; ma la scala non era praticabile perché, come le soffitte stesse, aveva il pavimento di graticci di canne. Lo stanzino che rimaneva fra le due rampe era chiamato “camerino oscuro” e, ripostiglio di panni e robe vecchie, pullulava di pulci.

In fondo al corridoio si apriva la sala, col suo pesante lampadario in ottone e il divano verde a molle, i cui braccioli erano costituiti da due rulli imbottiti. Noi bambini, quando mamma non ci vedeva, li tiravamo fuori e, puntatili a terra, vi salivamo a cavalcioni, galoppando intorno al tavolino. V’erano anche sei sedie imbottite e, alle due finestre, delle tende della stessa stoffa del divano. Questo e le tende avevano i bordi inferiori ornati di nappine verdi, che durarono quanto la nostra prima infanzia: fino a dove potemmo arrivare con le mani, le strappammo tutte ad una ad una. Al centro, sotto il lampadario, c’era un tavolo rosso lucido, e sulla parete di fronte una credenza di legno chiaro con la parte superiore a vetrina. Ai muri erano appese riproduzioni di alcuni quadri più o meno famosi: la Danza deIle Ore del Reni, la Deposizione del Ciaceri, e un altro quadro più grande, con un paesaggio notturno o forse una tempesta.

Sulla sala si aprivano le porte delle tre camere da letto: una per me e mio fratello, una per mia sorella Liliana, una per mamma e papà. A quest’ultima di accedeva per un piccolo andito, in fondo al quale si trovava il gabinetto. Strano gabinetto col suo water sormontato da un serbatoio, ma senz’acqua corrente, senza vasca da bagno e senza lavandino, sostituito dal solito lavabo in ferro battuto, col catino e la brocca. Ciononostante quel gabinetto, o “cesso”, come più realisticamente lo chiamavamo, era già un segno distinzione in un paese dove soltanto il prete aveva un bugigattolo oscuro con le stesse funzioni, mentre tutti gli altri si arrangiavano all’aperto o con secchi e vasi da notte. La sala e le camere avevano il soffitto a volta, dipinto intorno e al centro di fregi floreali in uno stile liberty molto approssimativo. Ho ancora negli occhi la luminosità di quelle stanze, quasi tutte fornite di due finestre e aperte da ogni parte alla campagna circostante. Dalla camera mia, una delle due finestre dava verso sud, sui colli che salivano a Moregnano e Petritoli, con in primo piano i cipressi del piccolo cimitero di Torchiaro; dall’altra finestra, verso occidente, si vedevano orti e campicelli e, più in alto, oltre la ripida valle, Ponzano, con le sue case chiare allineate a destra e a sinistra della chiesa, e. fuori dell’abitato, sul profilo dell’orizzonte, l’antichissima chiesetta romanica di S. Marco. Più lontano e meno distinto Montegiberto.

Sono immagini vecchie di sessant’anni, ma le ho negli occhi più vive di tutte le altre che vi si sono impresse più tardi.

GLI ANTENATI

torna all’inizio

Qual’era la storia di quella casa?

Di certo so soltanto che papa l’aveva ereditata da una certa “zia Menica”. Era in realtà una sua prozia, sorella di suo nonno, la quale da Montegiberto, dove era il ceppo originario della famiglia lacopini, si era un tempo trasferita a Torchiaro avendo sposato il leggendario zio Saverio Ruggieri.

Ma nella storia della casa c’è, a monte di questi vecchi zii, un fantomatico prete. E’ un antenato anche lui? O semplicemente un antico possessore della casa, e magari il suo
costruttore? Certo è che nella soffitta, oscura ed impraticabile, noi bambini scoprimmo tre grandi quadri di soggetto religioso, pieni di polvere e anneriti dalla vecchiaia. Due
avevano anche grosse cornici dorate, come quelli che si vedono nelle chiese e nelle sacrestie. Erano le tracce misteriose lasciate dal “prete”? Purtroppo non si sono salvati dal
naufragio della famiglia. Uno di quei quadri, un S. Nicola che risuscita dei bambini in una tinozza, è sopravvissuto più a lungo degli altri. Ricordo di averne visto molti anni dopo la
cornice, ridotta a telaio per una rete metallica, far da coperchio ad una gabbia di conigli, nell’orto della nostra casa di Fermo. Non c’era allora la mania dell’antiquariato che
c’è oggi, o, in ogni caso, mio padre e mia madre ne erano assolutamente immuni. Nelle traversie successive quasi niente si è salvato di quanto arredava la grande casa di Torchiaro ed era già antico quando io ero bambino.

Neppure la memoria delle persone degli avi ci è stata tramandata con precisione e chiarezza.

Papa ci parlava spesso, con una simpatia che non escludeva qualche accento ironico, dei suoi prozii dai quali aveva ereditato tutto quello che aveva, e in particolare di zio Saverio Ruggieri; fu anzi in memoria di lui che diede a me, come secondo nome, quello di Saverio. Ma degli altri avi, degli ascendenti della mia famiglia in linea maschile, non so quasi niente. Qualcosa di più ne sa mia sorella Liliana e da lei ho tratto le poche notizie di cui dispongo.

Il ceppo della famiglia lacopini ha le sue radici a Montegiberto, un paesello a sei o sette chilometri da Ponzano. A quanto pare, era un ceppo rigoglioso ed aveva esteso le sue
propaggini nella zona circostante. Papa diceva che il comune di Ponzano era popolato per metà dagli lacopini, per l’altra metà dai Ruggeri, con qualche scampolo di Catalini e di altre
famiglie.

A Montegiberto uno lacopini ci riporta addirittura all’epoca napoleonica. Di lui non so altro che il nome: si chiamava Niccolo, un nome che suona bene e si addice ad un patriarca napoleonico; ma mi rendo conto che non è molto. Anche di suo figlio so soltanto il nome, Gaetano il quale, a giudicare dal nome, doveva essere un tipo più alla buona, un
autentico paesano di Montegiberto, senza pretese romantiche e risorgimentali.

Che cosa abbiano fatto nella loro vita e della loro vita questi due antenati, come abbiano vissuto la storia dei loro tempi, non so.

So che da Gaetano nacque il mio bisnonno, Ermenegildo; il quale visse e, a quanto pare, soprattutto vegetò a Montegiberto intorno alla metà del secolo scorso. Con Ermenegildo
comincia la storia vera e propria della famiglia; ma anche su di lui non ho molte notizie. Esercitava il mestiere di fornaio, cioè cuoceva il pane che le comari del paese facevano
nelle loro case.

Non vorrei offendere la memoria di un avo, e compromettere così, sin dal principio, il buon nome della famiglia; ma, a quanto pare, ciò che soprattutto lo distingueva era la scarsa voglia di lavorare. Dicono che lasciasse volentieri la nobile cura del forno a sua moglie, la bisnonna Clementina, e lui si dedicasse piuttosto, diremmo oggi, alle pubbliche relazioni, bighellonando per il paese e visitando assiduamente le osterie. Del resto a modo suo era in gamba anche lui: mise al mondo nove figli e, per di più, quando aveva ottant’anni ed era rimasto vedovo, voleva ricominciare da capo. Aveva messo gli occhi su una cinquantenne del paese, e ci volle del bello e del buono per farlo stare calmo. Una volta i paesani, che naturalmente ci prendevano gusto, dopo averlo fatto ingelosire
col dirgli che un altro vecchio gli metteva le corna, dovettero intervenire per disarmarlo di un grosso bastone: s’era appostato all’angolo di una strada con l’intenzione di
accoppare il rivale.

Ecco di che tempra erano gli Iacopini del secolo passato! Del resto, anche oggi tendono, chi più chi meno, all’arteriosclerosi.

Ma anche zio Saverio Ruggeri, coetaneo del bisnonno Ermenegildo e marito di una delle sue sorelle, non era da meno.

Evidentemente la famiglia lacopini di Montegiberto, a quel tempo, godeva di un discreto benessere e di un certo prestigio. Un’altra sorella infatti, una certa Carolina, a noi del tutto sconosciuta ed estranea, sposò un conte Cordella di Fermo, i cui discendenti mamma talvolta ricordava come parenti alla lontana. Appunto la moglie di zio Saverio, Zia Menica,
era la proprietaria della casa di Torchiaro e del terreno che poi papa ereditò. Ma zio Saverio doveva possedere qualcosa anche lui: difficilmente zia Menica lo avrebbe sposato se fosse stato nullatenente. D’altra parte il poco che so di lui, certi suoi comportamenti, e persino certe sue manie, denunciano chiaramente una mentalità di piccolo possidente di paese. Non avendolo mai conosciuto, ho di lui soltanto un’immagine riflessa, formatasi spontaneamente nella mia fantasia di bambino dai racconti di papà. Me lo figuro di media statura, di taglia piuttosto robusta o addirittura corpulenta, con un cappello nero a cencio e un panciotto di stoffa ruggine o grigia, attraversato in basso da una grossa catena d’orologio e coperto in alto da una gran barba cinerognola. Così lo immaginai da piccolo, e così lo vedo ancora.

Non era certo un intellettuale. Ma, franco e praticone. dava del tu a tutti; un po’ perché non avrebbe saputo parlare diversamente, un po’ per il suo carattere gioviale e compagnone. Del resto era conosciuto e rispettato, come possidente, non solo a Torchiaro e a Ponzano; ma, negli ambienti che frequentava, anche a Fermo. A volte l’ignoranza lo metteva in difficoltà; ma lui non si perdeva d’animo: interpretava ogni
cosa a modo suo, e tirava avanti. Un giorno al Comune di Ponzano, entrato nella stanza del segretario, suo conoscente, per un qualche affare, lo trovò dritto vicino al muro che
parlava al telefono. Era la prima volta che zio Saverio vedeva un apparecchio telefonico e d’altra parte il Comune di Ponzano ne era stato fornito solo da poco tempo. Al vedere il
segretario parlare e gesticolare davanti a quella cassetta appesa al muro, da principio rimase di stucco; poi gli girò intorno e si accorse che parlava in un piccolo buco. Allora
uscì di corsa dalla segreteria e andò a guardare nell’altra stanza, sicuro di trovare al di là l’interlocutore del segretario. Quando vide che non c’era nessuno, tornò dentro e,
prendendo per un braccio papà ragazzino che lo aveva accompagnato, gli disse sottovoce: “E’ diventato matto; andiamo via!”.

Zio Saverio aveva due vizi: uno di lusso, da possidente agiato, l’altro popolare, tanto comune a quel tempo che non si sarebbe potuto neppure chiamare vizio. Quei due vizi erano le cause e il vino. Gli piaceva fare causa a qualcuno e laddove i motivi non c’erano o non si presentavano chiari da sé, li andava a cercare, addirittura li inventava.

Il mondo degli avvocati, dei pretori, dei giudici, in una parola il tribunale, lo affascinava. Lo conosceva ormai alla perfezione e ci si muoveva dentro come un pesce nell’acqua.

Aveva naturalmente il suo avvocato preferito; ma nell’ambiente del tribunale di Fermo tutti lo conoscevano e gli davano del tu. A volte l’avvocato non era convinto della bontà
della causa, gli faceva delle obiezioni, cercava di dissuaderlo, gli diceva che l’avrebbero persa. Allora zio Saverio lo incoraggiava, e cercava di tirargli su il morale con qualche
sostanzioso anticipo.

“E proviamoci!” diceva, quando proprio era a corto di argomenti. L’avvocato ci provava, e zio perdeva la causa. Buona parte del suo patrimonio personale, qualunque esso fosse, finì nelle tasche degli avvocati, in quella specie di appassionante gioco d’azzardo che erano per lui le cause civili. Dal Pretore di MonterubbLano una volta fu condannato
perché aveva detto vacca ad una contessa. Finita la causa, zio chiese al giudice se fosse reato dire contessa ad una vacca: e appena il giudice ebbe risposto di no, andò di corsa davanti alla contessa e, con un inchino spropositato, le disse ad alta voce: “Signora contessa …!” Si beccò un’altra condanna per direttissima.

Quanto al vino ho già detto che neppure potrebbe considerarsi un vizio: a Torchiaro era il divertimento più grande e il passatempo più comune fra gli uomini, dopo la luna di miele. Del resto, che altro si poteva fare la domenica? Nel pomeriggio tutti gli uomini si radunavano nell’unica cantina del paese ed erano contemporaneamente attori e spettatori di scene esilaranti. A volte ci scappavano anche le botte, ma questo rendeva la cosa ancora più emozionante e divertente. C’era Sarvatò, che aveva la sbornia truce e, fisso al tavolino, digrignava i denti e stranulava gli occhi contro nemici immaginar; c’era Cujè che dava nel sentimentale e, con le lacrime agli occhi, s’attaccava a questo e a quello in un bisogno irrefrenabile di espansioni; c’era Rafaè de Vallascià che sghignazzava per conto suo da una parte e a poco a poco contagiava tutti gli altri di una allegria rumorosa.

Zio Saverio non fu mai veramente ubriaco e, a quanto mi risulta, tornò sempre a casa con le sue gambe. Però una volta questo vizietto gli giocò un tiro birbone.

Stava male zia Menica. A quei tempi quando qualcuno stava male, la famiglia si concedeva dei lussi impensabili in circostanze normali: per esempio si faceva il caffè nella vecchia cuccuma poggiata direttamente sulle braci del focolare, oppure, nei paesi più evoluti, lo si mandava a prendere al bar della piazza. I paesani vedendo la ragazzina passare col bricco, dicevano: “Deve star male qualcuno in casa tal dei tali: è passata la figlia col caffè.” Si puliva la casa per la visita del medico: si ammazzava il gallo vecchio o la gallina che negli ultimi tempi si era rifiutata di fare uova. In qualche casa più benestante si sturava addirittura la bottiglia del rhum o del mistrà. Tutto questo si faceva per l’ammalato: ma è naturale che in parte ne godessero anche gli altri familiari.

Dunque zia Menica aveva l’influenza. E subito zio Saverio si diede da fare per ristorarla un pò. Saputo che un giovanotto del paese andava a Fermo per non so quale faccenda, lo chiamò e, consegnandogli una bottiglietta, gli disse: “Passa dallo speziale in Piazzetta e digli che ti manda Savè Ruggeri: che ti empia la bottiglia della stessa roba dell’altra volta. Se non si ricorda, fagli fiutare il tappo; hai capito? Fagli fiutare il tappo”.

Lo speziale era il farmacista, quello i cui discendenti hanno ancora oggi una farmacia in Largo Visconti d’Oleggio, detto comunemente Piazzetta.

Quando la sera il giovanotto tornò con la bottiglia piena, zio Saverio afferrò subito un bicchiere e corse alla camera di zia Menica. Nel tragitto però non resistette alla voglia di farsi un cicchetto per conto suo. Si versò un mezzo bicchiere abbondante di quel liquido e. senza pensarci due volte, lo mandò giù in un sol colpo.

Apriti cielo! Non era la roba dell’altra volta, e dio solo sa di quale porcheria si trattava. Zio Saverio sentendosi bruciare la gola, diede un urlo, posò in fretta e furia bottiglia e bicchiere sul comò e, seduta stante, si mise a letto.

“M’hanno avvelenato! -gridava- ‘Sti delinquenti! Oddìo, correte m’hanno avvelenato”.

In realtà non successe niente di grave, un pò perche zio Saverio doveva avere uno stomaco di ferro, un pò perché la pestifera bevanda probabilmente era solo un preparato per gargarismi. Ma zio Saverio non si dava pace: “Gli faccio causa, quant’è vero dio. Lo voglio vedere col culo per terra, ‘sto delinquente. Gli levo anche la camicia, gli levo, a ‘sto
somaro!”.

Non so se poi abbia davvero fatto causa al farmacista, reo di non saper distinguere gli odori dei tappi delle bottiglie.

Alla morte di zia Menica, questo mattacchione di zio Saverio volle riprendere moglie e sposò una donna di quarant’anni più giovane di lui. Questa fece appena in tempo a dargli una figlia, prima di restare vedova a sua volta. Allora si risposò con un coetaneo, col quale si diceva fosse fidanzata già da prima e al quale i paesani maligni attribuivano anche la, figlia avuta da zio Saverio. Così quel poco che era avanzato dalle cause finì in altre mani e papà dovette accontentarsi della casa e del terreno ereditati da zia Menica.

Veramente nipote in primo grado di zia Menica era nonno Giovanni, detto Nannì, primogenito dei nove figli del bisnonno Ermenegildo. Ma a lui la zia non lasciò proprio
niente. I due vecchi zii, senza figli, avevano tacitamente adottato papa che era nato e cresciuto nella loro casa di Torchiaro e che, essendo un ragazzino, aveva allietato la loro
vecchiaia e dava già maggiore affidamento di suo padre. Degli altri otto figli del bisnonno Ermenegildo io ne ho conosciuti soltanto due: zia Mimina e zio Pietro. Due maschi, Alfonso e Giuseppe erano emigrati a Roma a fare i fornai, ed erano ancora vivi quando io ero bambino, ma credo di non averli mai visti. So che a Roma debbono esserci molti lacopini, miei parenti sconosciuti. Soltanto più tardi, da giovane, ho conosciuto un figlio di Giuseppe, Remo, che era cassiere dell’ A.T.A.C, e i cui figli, Giuseppe, Luigi e Massimo, se
sono ancora vivi, arrancano adesso come me per le scale ripide della vecchiaia.

Due figlie del bisnonno Ermenegildo, Maria e Rosa, si fecero suore di clausura e sparirono in qualcuno dei numerosi conventi sparsi per quei paesini. Degli altri due non so neppure il nome: forse erano già morti quand’io nacqui.

Zia Mimina era un’anziana zitella tutta grigia, nei capelli, nel volto pieno di rughe sottili, negli abiti; viveva da sola a Montegiberto, nella casa paterna rimasta deserta e lavorava presso un asilo infantile. Veniva di tanto in tanto, a piedi, nella nostra casa di Torchiaro a trovare nonno Nannì suo fratello, papà, suo nipote, e noi pronipoti. Noi bambini le volevamo bene, perché ci portava dei pupi di pasta di pane zuccherata con due grani di pepe al posto degli occhi; ed anche perché, qualche volta si metteva a giocare con noi.
Cavava dalla tasca del suo grembiule un fazzoletto e, piegandolo in un certo modo, ne faceva un salsicciotto con due orecchiette e una coda, e lo faceva ballare sul grembiule
dicendoci che era un topolino.

Zio Pietro era il più giovane della nidiata, quasi coetaneo di papa; e viveva a Roma nel quartiere di S.Giovanni. Quando ero bambino era capitano di Finanza in servizio ed io ero orgoglioso di questo zio “capitano1”. Me lo immaginavo con la sciabola sguainata, e me ne vantavo coi miei compagni di giochi; ma praticamente non lo conoscevo. Lo conobbi meglio in seguito, quando, andato in pensione come Maggiore, aveva aperto a Roma una scuoletta per corrispondenza per finanzieri e carabinieri aspiranti sottufficiali. Dopo la mia laurea, in attesa di un incarico d’insegnamento, stetti alcuni mesi con lui come vicedirettore di quella scuola. Aveva fatto i suoi studi nel seminario di Fermo, ma aveva lasciato la tonaca quando era già in Teologia, implicato, a quanto pare, nella vicenda dei modernisti seguaci di Romolo Murri. A questi studi ecclesiastici si doveva la sua vocazione didattica: tra i suoi colleghi militari passava per un letterato: “Tu dovevi fare il professore” gli dicevano. Fu così che andò in pensione anzitempo e si mise a fare il “professore”. Prima di allora lo avevo visto di rado: non amava frequentare la nostra famiglia ridotta in pessime condizioni economiche e perciò, ai suoi occhi, socialmente decaduta. Certo si vergognava di questi suoi parenti poveri.
Pare del resto che papà, quando i suoi affari cominciarono ad andar male, si sia rivolto a lui per un prestito, spaventandolo a morte e suscitando la sua indignazione. Rispose naturalmente con un rifiuto, ma, come era solito fare, lo giustificò con argomenti morali. Invece che del denaro, papà si ebbe una severa e nobile predica sui doveri di un padre di
famiglia “soprattutto se si chiama lacopini”, sulla sconvenienza di ridursi a chiedere aiuto, e più in generale sull’aspetto ripugnante di certi vizi, come il fumo e il vino. Se prima era venuto di rado a trovarci, dopo questo episodio zio Pietro non sì vide più.

Veniva d’estate, con sua moglie Esther, a Fermo o a Porto S. Giorgio. Non avendo figli, con la pensione di ufficiale e i proventi della piccola scuola, potevano permettersi delle vacanze quasi di lusso. Ma frequentavano esclusivamente i parenti di zia Esther, cioè una sua sorella sposata al più ricco farmacista di Fermo e due fratelli “monsignori”, Don Biagio e Don Filippo Cipriani, il primo impiegato in Vaticano e il secondo parroco di S. Pietro a Fermo. Don Filippo divenne in seguito vescovo di Città di Castello; sicché zio Pietro ebbe anche la soddisfazione di essere cognato di un principe della Chiesa. Queste erano le parentele che gli piacevano e lo gratificavano, introducendolo nella “alta società”. Di noi, parenti plebei, preferiva non ricordarsi.

Riscoprì la nostra famiglia solo più tardi, quando venne a sapere che i suoi pronipoti maschi si laureavano uno dopo l’altro e che, persino, qualcuna delle femmine aveva preso il diploma magistrale. Caspita! Allora sì che volle rinfrescare la parentela e cominciò a farsi rivedere di quando in quando, non senza tuttavia rimproverarci per la freddezza che avevamo dimostrato nei suoi riguardi e per la distanza a cui ci eravamo tenuti negli anni precedenti. ”Eh sì! -ripeteva- Noi Iacopini siamo aridi”.

Pace all’anima sua. Dopo esser vissuto per più di novantanni, è morto, solo e abbandonato, come racconterò in seguito, mentre io ero lontano dall’Italia: probabilmente continuando ad imprecare contro l’aridità di cuore della famiglia Iacopini.

Ma questo è avvenuto recentemente, non più di una quindicina di anni fa. La lunga vita di zio Pietro ha spezzato il filo della mia cronologia, ed è ora necessario riannodarlo, tornando indietro verso l’inizio di questo secolo.

Fu allora che papa ereditò la casa e il terreno di Torchiaro da zia Menica e credette di essere diventato improvvisamente ricco. In realtà la casa era grande, ma non rendeva niente; anzi aveva bisogno già allora di riparazioni urgenti. Il terreno, sebbene non fosse cattivo, misurava soltanto ottanta tavole, cioè un pò meno di dieci ettari, e doveva dar da vivere, oltre che al padrone, anche alla famiglia del mezzadro. Papa amministrava anche la rendita di tre piccoli pezzi di terra, che costituivano la dote di sua madre, nonna Filomena. Ma anche così il patrimonio non era grande e la sua rendita totale sarebbe stata appena sufficiente a soddisfare le esigenze elementari della sopravvivenza, a patto di una amministrazione parsimoniosa e di una vita taccagna.

Purtroppo, a Torchiaro, questo significava già ricchezza, e papà cadde anche lui nell’errore di sentirsi ricco. A meno di vent’anni, era diventato un “proprietario”, aveva della terra al sole e un capitale che gli dava prestigio e credito, gli apriva tutte le porte e in particolare quelle, pericolose, delle banche.

Fino a quel tempo era cresciuto sotto le ali affettuose, ma limitate, di zia Menica e di nonna Filomena e sotto la guida pasticciona di zio Saverio. Allora cominciò a volare con le sue ali e sin dal principio misurò male le sue forze e venne preparando la caduta.

Era nato a Monterubbiano, nella casa paterna di nonna Filomena, nel 1890: ma la famiglia risiedeva da tempo a Torchiaro, nella casa dei prozii, e lì visse mio padre sin dalla sua prima infanzia.

Non so né quando né perché zio Saverio e zia Menica, che non ebbero figli, avevano preso con sé mio nonno Giovanni, quel loro nipote di Montegiberto, né saprei dire se egli venne ad abitare con loro sin da ragazzo o solo dopo sposato. Quello che è certo è che i due vecchi non lo amavano molto: forse ne erano profondamente delusi. Tutto il loro affetto si riversò su papà. Nonno Nannì in effetti, se devo credere a quello che ne ho saputo più tardi, era tipo da deludere. Era maestro elementare, regolarmente diplomato alle Normali di Fermo; ma esercitò pochissimo la sua professione. Da giovane aveva insegnato per qualche tempo a S. Ginesio, in provincia di Macerata. Poi preferì restarsene a Torchiaro senza far niente, e si diede al bere. Degli studi fatti gli restò tuttavia più di una traccia: c’era sempre sulla sua scrivania una vecchia edizione della Divina Commedia, e, dopo la sua morte ha girato a lungo per casa, fra gli altri libri, un suo volumetto delle Operette Morali del Leopardi, stampato intorno alla metà dell’800 e rilegato in pelle marrone.

Oggi lo custodisce gelosamente una delle mie sorelle minori. Ma solo qualche tempo fa, e con sorpresa, è venuta a sapere da me la sua provenienza e si è resa conto che esso vale qualcosa non tanto per la sua antichità, quanto perché è l’unico cimelio ancora esistente di un nonno, che lei non ha mai conosciuto.

Nonno Nannì parlava talvolta in versi, o comunque per proverbi e sentenze universali, spaziando nelle citazioni da Dante a Metastasio. In occasione di uno sgarbo che nonna aveva ricevuto da una delle donne che bazzicavano nella casa per qualche servizio, venne fuori con questa quartina:

Non ti fidar d’un tratto
di grazia e di bontà;
sempre ti graffierà
chi nacque gatto.

E di nonna stessa, riferendosi alla sua ignoranza e alla sua origine campagnola, diceva: “Chi di gallina nasce, convien che razzoli”.

Il 21 di marzo si toglieva la maglia pesante e per niente al mondo voleva poi rimetterla. Nonna lo sgridava per questo: ”Non vedi che fa ancora freddo?”
“Se il tempo è matto -rispondeva lui- non per questo devo esser matto anch’io”.

Quando io nacqui, egli aveva meno di sessant’anni: ma la sua figura emerge, anche dai miei ricordi più remoti, come quella di un vecchio curvo e malandato, continuamente
trotterellante, attraverso il “camerone”, tra la sua camera e la cucina, alla ricerca furtiva di un po’ di vino o di qualche zolletta di zucchero. Solitario e taciturno, biascicava qualche volta tra i denti, soprattutto in risposta alle sgridate di nonna Filomena, qualche parola che noi bambini non riuscivamo a capire e che ci sembrava quasi un ringhio ostile; oppure ridacchiava sinistramente tra sé e sé.

Vissi con lui per dieci anni nella casa di Torchiaro ed è strano che non ne ricordi quasi niente. Egli se ne stava appartato e quasi relegato nella sua camera, come in una tana; e sembrava del tutto escluso dalla vita della famiglia e del paese. D’inverno certo sedeva anche lui intorno al fuoco nella cucina, ma, per quanto sembri impossibile, niente che lo riguardi, o che riguardi i suoi rapporti con noi bambini è rimasto impresso nella mia memoria. Probabilmente, nel tempo a cui risalgono i miei ricordi, era già malato di paralisi progressiva, il male di cui morì nel 1934, quando io avevo dodici anni e già da due vivevo in Seminario, lontano dalla famiglia.

Non è escluso che prima, quando io ero molto piccolo, egli si fosse comportato con noi in modo diverso. Come un’ombra ho nella memoria l’impressione di essermi trovato,
bambino, di fronte alla sua scrivania, a quel calamaio di ferro con lo spolverino, a quella cartella sdrucita. E mi pare che una volta, con una sua sveglia a carillon, egli volle insegnare a me e a mia sorella come si leggono le ore sul quadrante.

Dunque fui qualche volta seduto sulle ginocchia di nonno Nannì? Per questa immagine, ipotetica e vaga come un sogno, io ripenso a lui con un pò di quell’affetto e di quella pietà che non provai allora. Forse egli fu soprattutto infelice; forse l’ozio o il vizio di bere, in cui a quanto pare visse fin che potè, furono una sua risposta a vere o presunte ingiustizie della sorte. Che ne sappiamo noi di ciò che passò nell’animo del giovane maestro, sposato ad una donna buona, ma quasi analfabeta, ospite dei due zii possidenti, che visibilmente preferivano a lui suo figlio e forse solo per amore di questo lo tolleravano? I vecchi morendo portano via con sé il mistero della loro vita: in fondo è questo lo scopo per cui scrivo queste righe, raccogliere qualche traccia dispersa della loro e della mia presenza in questo mondo.

Nonna Filomena

torna all’inizio

Nonna Filomena veniva da Monterubbiano. Mi domando come si formassero allora queste coppie, come potessero conoscersi e sposarsi due giovani che abitavano in paese diversi e
relativamente lontani. Probabilmente, a piedi o in carretta, si muovevano molto più di quanto immaginiamo, soprattutto in occasione delle feste paesane o delle fiere. Ed era anche diffuso il mestiere dell’intermediario, o, come brutalmente ma senza offesa si diceva allora, del ruffiano: un uomo e più spesso una donna che si prendeva la briga di segnalare eventuali partiti, a chi ne aveva bisogno e ne faceva richiesta: o anche senza richiesta, per altruismo o per gusto d’intrigo.

Come si siano conosciuti nonno Nannì e nonna Filomena non so. Montegiberto non è molto lontano da Monterubbiano, ma l’uno è a ovest di Torchiaro, l’altro ad est. Il sole sorgeva per noi dietro Monterubbiano, di cui dalla casa di Torchiaro si vedeva in lontananza la scura torre, alta sulla linea dell’orizzonte; tramontava dietro Ponzano e Montegiberto. In un certo senso Montegiberto e Monterubbiano erano per noi agli
antipodi. Li divideva non più di una ventina di chilometri, ma per andare dall’uno all’altro bisognava passare per Petritoli, aggirando da sud l’avvallamento in cui si trovava Torchiaro. Comunque si fossero conosciuti, nonno Nannì da Montegiberto prese in moglie, tra il 1880 e il 1890, la signorina Amurri Filomena da Monterubbiano, e tutti e due si stabilirono a Torchiaro.

La famiglia Amurri era di origine campagnola, ma godeva di un cero benessere.
Io ho conosciuto a Monterubbiano il fratello di mia nonna, zio Pio; lasciati i campi egli aveva impiantato in paese un pastificio in cui lavoravano diversi operai, oltre a suo figlio Guido. Da ragazzo sono stato loro ospite per qualche giorno: ho visto le impastatrici meccaniche rimenare la massa con le loro innumerevoli pale, ho osservato i dischi trafilati per i vari tipi di pasta, ho scoperto come si fabbricassero rigatoni e penne, spaghetti e boccolotti, pasta grossa e pasta fine per minestra: ho visto i graticci su cui si stendevano i rigatoni ad asciugare e le lunghe frange di spaghetti pendenti da canne trasversali e ondeggianti al soffio dei ventilatori. Non c’era niente allora che non osservassi con attenzione e di cui non volessi rendermi conto. Poi il pastificio, troppo piccolo per reggere alla concorrenza, fu sostituito da un mulino; e ancora oggi qualcuno dei figli di zio Guido si guadagna da vivere facendo il mugnaio. Ma uno di quei figli, di poco più giovane di me, fa il pittore a Milano e insegna in una scuola d’arte. Le muse baciano in fronte chi vogliono, vanno a cercarsi gli eletti in qualunque ambiente, persino tra i graticci dei rigatoni o il polverone bianco di un mulino.

Nonna Filomena non sapeva chi fossero le muse: non era mai andata a scuola. Aveva imparato a fare la sua firma, ma non sapeva scrivere; leggeva a stento, sillabando, i suoi
libretti da messa e il Barbanera.

Perché il maestro di Montegiberto sposò la ragazza semplice e analfabeta di Monterubbiano?

Nonna Filomena doveva essere stata una bella ragazza, soprattutto una ragazza florida e soda, come ne producevano, e certo ne producono ancora, le nostre campagne. Ma se a
favorire il matrimonio siano state le discrete condizioni economiche della famiglia Amurri e, in particolare, i tre pezzetti di terra che nonna “portava” come dote, è difficile dirlo a tanta distanza di tempo.

Donna di campagna nonna rimase sempre. Anche l’abbigliamento fu sempre lo stesso, l’antico costume delle campagnole marchigiane: due o tre larghe sottane l’una sull’altra,
scendenti fin quasi alla caviglia, completate dall’immancabile grembiule, che lei chiamava “zinale”; il quale non era soltanto destinato a proteggere le gonne nei lavori domestici,
ma costituiva un vero e proprio capo di abbigliamento, tant’è vero che esisteva il “zinale” buono da indossare nei giorni di festa per andare a messa. Sopra c’era una specie di corpetto, più o meno pesante secondo la stagione, che lei chiamava “cappottina”, stretto al torace da un busto; in testa il tipico fazzolettone, le cocche del quale non venivano mai
annodate sotto il mento, ma ripiegate l’una sull’altra sopra la testa.

Ai piedi portava grosse calze di cotone o di lana su pianelle di stoffa che si fabbricava da sé o, d’inverno e nei giorni di festa, scarpe nere chiuse. Non credo di averla mai vista senza la sua collana di grossi coralli e senza due piccoli orecchini.

Come lei non sentì mai imbarazzo per il suo vestiario anacronistico, neppure quando suo malgrado dovette trasferirsi con tutta la famiglia a Fermo, così noi, suoi nipoti, trovammo
sempre giusto e naturale che vestisse a quel modo e non avremmo saputo immaginarla diversa.

Era nata campagnola e non si sognava neppure di nasconderlo. Come tutte le campagnole di quei tempi, era ignorante, ma sapeva ed accettava di esserlo. Così la sua ignoranza diventava una dote positiva e poteva chiamarsi semplicità. Per questa sua consapevolezza e per la sua indole mitissima era capace di tacere a tempo e a luogo e si rimetteva facilmente al parere di chi considerava più saggio, più colto, o anche soltanto più autorevole.

Dopo il matrimonio di papà visse quotidianamente con mia madre nella stessa casa; ebbene, fra loro, fra suocera e nuora, non ci fu mai uno screzio. Merito certo dell’una e
dell’altra, ma più di mia nonna che seppe sempre stare al suo posto, mai interferì nei rapporti tra gli sposi, se non per invocare talvolta lamentosamente che stessero in pace.

Per tacito e naturale accordo mia madre e mia nonna s’erano divise le mansioni nella gestione della vita domestica, e persino gli ambienti nei quali esercitarle.

Per una coincidenza fortunata i due caratteri erano completamente diversi, diversa l’educazione, diverse le inclinazioni, né mai l’una fu gelosa dell’altra né tentò
d’invaderne il campo. Per nonna Filomena era essenziale avere la gestione della cucina, dei magazzini, dell’aia coi suoi animali; a questo la portava la sua origine campagnola. Credo che non concepisse neppure la possibilità di vivere in una casa in cui non ci fosse sempre il sacco della farina, a cui attingere con parsimonia, ma anche con la tranquilla sicurezza che niente sarebbe mai venuto a mancare; in cui non si conservasse da un anno all’altro la carne e soprattutto il lardo del maiale domestico; in cui si fosse costretti a
comprare di volta in volta il pane o il vino per il pranzo e la cena, o l’olio d’oliva per l’insalata.

Nella casa di Torchiaro solo eccezionalmente nonna saliva nelle stanze di sopra; il suo regno era al primo piano dove erano i magazzini, la cucina e la sua camera da letto. Ma non escludeva affatto da questo regno mia madre. Questa in effetti aiutava anche in cucina, anzi per lo più era lei che orientava e dirigeva la preparazione dei pasti, ma, educata in città e diplomata maestra elementare, preferiva dedicarsi, almeno nei primi anni, ad altre cose, alle quali era riservato per così dire il piano di sopra.

Una delle mansioni esclusive di nonna Filomena era fare il pane una volta la settimana. Preparava il lievito e la farina sin dal giorno precedente; a lungo lo staccio ballava sulla tavole della madia, ritmando una sorta di allegra canzone domestica. Poi nel cuore della notte si sentiva per la strada il passo pesante di Vincè Monterubbianesi, il fornaio, che passava per raccogliere dalle sue clienti i fasci di frasche per il forno. “Comare, impasta!” gridava casa per casa. Nonna era già in piedi a fare la massa: e la lasciava così nella madia, con vicino uno scaldino di brace per favorire la lievitazione.

All’alba si sentiva di nuovo il passo di Vince scricchiolare sulla ghiaia della strada e la sua voce: “Commà Filomena, spiana!”.

E nonna era di nuovo in piedi a rimenare quella massa, dividerla, farne delle pagnotte e unirle, a tre a tre, in “file” che poi accomodava sulla tavola l’una a fianco all’altra, coprendole con una tovaglia che ripiegava man mano su di esse. Sulle pagnotte faceva col coltello dei tagli particolari, che poi, dopo la cottura, restavano come cicatrici e servivano a riconoscere il nostro pane da quello degli altri.

Quasi sempre nonna faceva per noi anche una o due pizze di pasta di pane, con olio, sale, cipolla e rosmarino; e qualche volta, quando c’era farina fresca di grano turco, aggiungeva due o tre “pizzotti” di pane giallo. Noi bambini consideravamo un premio speciale poter maneggiare un pò di massa per farne anche noi i nostri filoncini, oppure, ad imitazione di zia Mimina, dei pupi e degli animali. Ma non ci veniva concesso molto spesso.

Il pane era sacro. Già nel confezionarlo nonna vi faceva sopra con la mano del grandi segni di croce; poi, guai a sprecarlo, a sbriciolarlo, a farlo cadere in terra. Quando un pezzo di pane cadeva, bisognava raccoglierlo subito, soffiarci sopra per portarne via la sporcizia (“lo potò”, diceva nonna) e baciarlo poi si mangiava, o, se proprio era immangiabile, si metteva da parte per ispessire la broda dei maiali. Ma era un peccato dare il pane ai maiali; a meno che non si fosse nel periodo dell’ingrasso.

Questa religione del pane era certamente legata al ricordo delle carestie dei secoli passati, terribili soprattutto nelle campagne. Essa s’accoppiava alla religione del fuoco. Niente faceva uscire dai gangheri nonna Filomena come la nostra piromania infantile. D’inverno, quando s’era tutti intorno al focolare, a noi bambini piaceva stuzzicare le braci, scalpellare con l’attizzatoio o con le molle i grossi ciocchi ardenti per farne sollevare le faville. Nonna allora ci sgridava con insolita energia, perché disturbavamo il fuoco.

E addirittura inviperita era quando ci sorprendeva a sprecare i fiammiferi (li “fulminanti”, come li chiamava lei). Prendeva a pretesto il loro costo: “Costano quattrini!” diceva. “Ma solo quattro soldi la scatola” ribattevamo noi. “Il soldo fa la lira” era la sua conclusione. Ma nella sua ossessione per i fulminanti c’era in realtà la sollecitudine atavica per la conservazione del fuoco, il terrore antico di restarne senza, vivo soprattutto nelle campagne, in cui le case erano lontane e isolate, sicché se un focolare si spegneva era poi difficile e laborioso riaccenderlo, o procurarsi un pò di brace da altri. Era la religione stessa che presso i popoli antichi aveva dato luogo al culto di Vesta, e al sacerdozio delle vergini custodi del fuoco per tutta la comunità.

La sera, prima di andare a letto, nonna copriva le braci con qualche palata di cenere, per ritrovarle ancora accese là sotto la mattina seguente, quando, prestissimo, si alzava e
riprendeva possesso del suo regno.

Riacceso il fuoco e messa a scaldare una grossa cùccuma d’acqua, scendeva al piano di sotto, dove erano gli animali domestici.

Dietro la casa di Torchiaro, verso l’aperta campagna, c’era un tratto di terreno pianeggiante, ben battuto e non coltivato. Esso aveva due destinazioni non sempre facilmente conciliabili. Doveva fare, almeno in parte, le funzioni di aia come nelle case coloniche (e infatti, ad imitazione di nonna, tutti lo chiamavano “l’ara”), ed era nello stesso tempo un cortile per i nostri giochi. Subito al di là cominciava un tratto in declivio, piantato a gelsi nani: poi il terreno precipitava a valle e prendeva il nome di “coste”.

Una parte dell’aia ci era interdetta: quella che si trovava a ridosso della stalla del maiali, eternamente percorsa da rigagnoli puzzolenti e spesso invasa da un fango viscido e nero. Là si rifugiavano le galline quando noi scendevamo a giocare, oppure si sparpagliavano più lontano, fra i gelsi nani e i primi pendii delle “coste”. Ma appena nonna si affacciava nell’aia al mattino presto o al tramonto del sole, e lanciava il suo richiamo, esse sbucavano fuori dalle frasche e dai cespugli e, starnazzando, col collo teso e le ali aperte, accorrevano intorno a lei da ogni parte. Dai buchi della casa e dal tetto volavano giù i piccioni e, ai
margini del tafferuglio, cercavano di accaparrarsi anche loro qualche chicco. Nonna gettava dal suo grembiule manciate di granturco, e continuava a chiamare: ”Cu-uri, curicuricuriii! Pipina, pipina, curi curi curii!.” Solo più tardi ho pensato (ma e solo una supposizione) che “curi” significasse ”corri!”.

Cogli animali dell’aia – maiali, galline, talvolta anche papere e conigli – nonna parlava come se fossero “cristiani” e lei li conoscesse personalmente: a seconda dei casi li vezzeggiava o li insultava: ”La bella pipina!” diceva alle galline, oppure, se qualcuna era troppo prepotente e aggressiva, “Sciò, Sciò, brutta sfacciata!”.

In primavera metteva la chioccia, o come lei diceva “la biocca”. Tra le galline che cominciavano a cambiare voce, ne sceglieva una secondo suoi criteri misteriosi, la portava di sopra, nel camerone; le preparava un cesto con della paglia, sulla quale disponeva quindici o venti uova, anch’esse accuratamente selezionate e guardate in controluce; poi la metteva a covare. Dopo un po’ nascevano i pulcini e cominciavano a scorrazzare per il camerone riempiendo la casa del loro acuto pigolio. Noi bambini avevamo paura della
chioccia, che, se ci avvicinavamo troppo, ci aggrediva a beccate; ma amavano i pulcini; ci piaceva prenderli in mano così gialli e morbidi com’erano, e aiutare nonna a nutrirli con tuorli d’uovo sodo e pane bagnato. Né ci veniva in in mente che un giorno sarebbero diventati galline e chiocce alla loro volta e che magari li avremmo mangiati con gusto.
Nonna invece lo sapeva: nel suo affetto per gli animali domestici una componente importante era il pensiero della loro utilità per la casa. E quando arrivava l’ora di ucciderli lei accettava la loro fine senza nessun dramma, come un fatto del tutto naturale. Era anzi riservata esclusivamente a lei la bisogna di tirare il collo ai polli e alle galline, in occasione di qualche festa o quando non facevano più uova. Amava i suoi animali da vivi anche in funzione dell’uso che se ne sarebbe fatto da morti e paradossalmente, uccidendoli,
provava ancora per essi affetto e riconoscenza per il contributo che continuavano a dare alla vita della famiglia.

La morte in questo caso non le sembrava una tragica fine; tra l’aia e la pentola non c’era soluzione di continuità, si trattava soltanto di due momenti diversi di un medesimo ciclo
naturale.

Piangeva invece di autentica pena se un pollo moriva di malattia) e odiava i gatti, fannulloni e ladri, che a lungo stavano acquattati sul sacco del carbone, fissando con occhi sulfurei l’andirivieni dei pulcini per il camerone, o studiavano nell’aia la gabbia dei coniglietti. Se nonna li sorprendeva in quell’atteggiamento, diventava furiosa e li cacciava di casa insultandoli. Poi magari li perdonava, in grazia dei topi che essi di tanto in tanto acciuffavano nel magazzino, e portavano in cucina come trofei da far vedere ai padroni.

Così, in perfetto accordo con la natura, visse ed invecchiò, fino a quando durarono la casa di Torchiaro, e l’aia, e il terrenuccio. Poi, sradicata dal suo inondo, non fece altro fino alla morte che sospirare e rimpiangere. Ma mai l’ho sentita inveire o maledire. Si lamentava sottovoce, e qualche volta piangeva. Quando fu molto vecchia e non poteva più uscire di casa, le mie sorelle che, nella casa di Fermo, dormivano in una camera vicino alla sua, la sentivano gemere nel silenzio della notte: “Mea culpa, me a culpa, mea maxima culpa”; ripensava alla sua giovinezza e al suo matrimonio con nonno Nannì.

Una volta sentirono che si lamentava: “Quando viene? Quando viene dunque?”. Le chiesero chi stesse aspettando, e lei: “La morte” rispose con assoluta semplicità. Si spense, mitemente e in silenzio, come era vissuta, nella primavera del 1949.

Poche ore prima di morire disse di aver veduto la madonna nella sua camera, accanto al suo letto, avvolta in un manto celeste. Mamma, che l’assistette amorosamente fino alla fine, ha sempre creduto che fosse vero.

Io non c’ero. Mi trovavo a Roma a lavorare nella scuola per corrispondenza di zio Pietro e, richiamato in fretta e furia, assistetti soltanto al suo funerale.

E’ strano: in casa mia sono morti i miei nonni paterni, è morta la nonna materna, sono morti i miei genitori: ma io mi sono trovato presente soltanto alla morte di mio padre, e
anche allora arrivai quando egli non poteva più riconoscermi. E’ un segno del mio sradicamento precoce e costante, del mio destino di esule?

Sono arrivato sempre troppo tardi per assistere alla morte dei miei; e mi pare anche di non aver mai partecipato attivamente e da vicino alla loro vita, anche se, con desiderio pungente e in qualche caso disperato, lontano da essi ho spesso invocato il calore e la protezione del loro affetto, e mi sono rammaricato di non poter dare il mio aiuto.

PAPA’

torna all’inizio

Come ho già detto, papà nacque nel 1890, a Monterubbiano, dove nonna Filomena si era trasferita temporaneamente, per partorire con l’assistenza dei suoi. Poi visse e crebbe a
Torchiaro, giocando per le strade del piccolo paese e frequentando la scuola elementare fino alla terza classe. Più di questo Torchiaro non offriva in fatto di cultura; se si esclude il catechismo che il parroco insegnava in preparazione della cresima e della prima comunione. Ancora ai miei tempi per proseguire fino alla quinta, bisognava iscriversi alla
scuola di Ponzano, capoluogo del Comune; e fare ogni giorno a piedi, all’andata e al ritorno, i due chilometri di scorciatoie da un paese all’altro. Ma ai tempi di papà nessuno
sentiva il bisogno di questo supplemento di istruzione. Era già molto se i ragazzi di Torchiaro frequentavano la scuola del paese fino alla terza classe. Nonno Nannì aveva il titolo di maestro elementare e certo non ignorava i benefici della cultura. Ma evidentemente non si curò dell’istruzione di suo figlio. Questa grave trascuratezza si accorda con il quadro negativo che di lui mi ha lasciato papà; essa non si spiega se non con lo stato di abbrutimento al quale nonno dovette abbandonarsi molto presto dopo il suo matrimonio, dandosi al vino e trascurando anche tutti gli altri suoi doveri.

Papà ricordava con affetto la sua maestra di Torchiaro. Era una piemontese, zitella e claudicante, piovuta non si sa come, sul finire del secolo scorso, in quel paesello sperduto
delle Marche.

Tutta ardente di fede sabauda e di patriottismo risorgimentale, comunicava questi sentimenti ai suoi scolari, narrando e rinarrando le vicende e le leggende delle tre
guerre d’indipendenza. Gli scolari poi, appena usciti di scuola, ripetevano quelle gesta e, dividendosi in due gruppi, degli Austriaci e degli Italiani, se le davano di santa ragione e si prendevano a sassate, mettendo a soqquadro tutto il paese.

In seguito a Torchiaro la maestra piemontese trovò anche un marito, un certo Guglielmo Loti, detto Cujè, di parecchi anni più giovane di lei, ma mingherlino e sprovveduto,
zimbello degli altri giovani del paese, capace soltanto di sudare nell’ accudire a due o tre pezzetti di terra che aveva sparsi qua e là nelle immediate vicinanze. In questo lavoro,
fuori dalle mura domestiche, si rifugiava volentieri per sfuggire alle collere della titolata ed esotica consorte. Questa, dall’alto della terrazza di casa, lo chiamava spesso con la sua voce stridula e imperiosa. “Gugliemo!” si sentiva nel silenzio dei pomeriggi torchiaresi: “Guglielmo! “.

Ed ecco la voce Impaurita e tremolante di Guglielmo che dal folto dei suoi carciofi rispondeva quasi belando: ”E’ heh”. Dall’alto, come una schippettata risorgimentale, rlsuonava una sola parola, terribilmente scandita, in un accento perfetto ed insolito per la gente del paese: “Imbecille!”; e nient’altro. Guglielmo restava per un istante immobile, poi alzando le spalle mormorava: “E va bé, imbecille” e si rimetteva al lavoro.

Io non conobbi la maestra di Papà. Quando ero bambino essa era morta da molti anni, e Guglielmo già anziano s’era risposato con un’altra donna, della quale aveva un pò meno
soggezione. Ma non era diventato né più coraggioso ne più sveglio e continuava ad essere oggetto dei motteggi e delle burle, talvolta feroci e pericolose, dei paesani, quando nei
giorni feriali si trasferiva col suo carrettino a mano da un orticello all’altro, o, la domenica pomeriggio, si avventurava in mezzo alla baraonda che si instaurava davanti alla cantina
di Marco, nella parte bassa del paese.

Lo vidi piangere di paura e di dispetto una sera che, dopo averlo fatto ubriacare, una masnada di ragazzacci gli attaccò, con una canna, della carta di giornale sulla falda
posteriore della giacca, e vi diede fuoco. Cominciò a correre in cerchio e a saltabeccare, non riuscendo a capire come mai l’incendio lo inseguisse dovunque. Poi spento il fuoco da quelli stessi che l’avevano acceso, tutto tremante, se ne andò al buio, a piangere e ad urinare contro il tronco di un grosso ulivo ai margini della strada.

Povero Guglielmo! Una volta, in un suo orto vicino alla nostra casa, gli mangiammo tutti i finocchietti che egli aveva piantato quella mattina stessa. Poi nascosti assistemmo alla
sua disperazione. E non ci rendemmo conto della mascalzonata che avevamo fatto se non quando mamma, avvertita dalle sue grida, ci sculacciò solennemente.

Papà diceva che, quando tirava vento, Guglielmo si metteva delle grosse pietre nelle tasche della giacca, per zavorrarsi a terra e non volare via come un fuscello.

Eppure, piccolo e insignificante qual era, resta una delle figure emblematiche della mia fanciullezza ed è parte integrante del quadro della Torchiaro di allora, quale è rimasto nella mia memoria.

A mano a mano che cresceva, papà dovette porsi il problema del suo avvenire. Anche se nonno non si era preoccupato di fargli continuare gli studi, egli certamente non smise di coltivarsi come poteva, e non rinunciò definitivamente all’istruzione. Il rispetto, anzi l’amore per la cultura rimase poi sempre una sua caratteristica e costituisce l’eredità più rilevante che noi figli ne abbiamo ricevuta. Io non so bene come andarono le cose; ma fra i ricordi del suo passato, teneva un posto importante quello di un periodo in cui aveva fatto il muratore. In realtà dimostrò spesso di avere competenza teorica in quest’arte e, nella pratica, rivelò di adoperare con una certa disinvoltura il martello e la cazzuola, la livella e il filo a piombo, le poche volte che si indusse a fare in casa qualche piccolo lavoro di
riparazione. Ma per quanto tempo avesse fatto veramente il mestiere del muratore non saprei dire.

Certo non dovette essere a lungo; probabilmente si trattò di un breve periodo di apprendistato, iniziato e finito intorno ai quindici anni.

Ma egli ne era orgoglioso e ne parlava spesso e volentieri. Quella esperienza gli permetteva di credere di avere avuto una vita dura, di aver cominciato, come si dice, dalla gavetta. E nello stesso tempo gli offriva l’occasione di dire che, anche come muratore, oltre che in tutti gli altri campi, lui quindicenne era più bravo dei suoi maestri. Press’a poco nello stesso tempo egli cominciò a frequentare la scuola della banda musicale di Ponzano, e imparò a suonare il clarinetto. Poi smise questa attività, ma gliene rimase sempre la nostalgia. Non avevo più di cinque anni quando egli s’impegnò a fare a me e alla mia sorella maggiore qualche lezione di musica e c’insegnò, accanto al fuoco della cucina
di Torchiaro, i primi elementi del solfeggio. Poco dopo si regalò anche un clarinetto, e di tanto in tanto passava qualche ora a soffiarci dentro. Noi bambini eravamo affascinati dal quel groviglio scintillante di tasti e levette e chiavi, ma non ci era consentito toccare, perché -diceva- gli avremmo rovinato l’ancia. Del resto io ne rimasi presto deluso: tutte le volte che, di nascosto, riuscii a mettere le mani sul bellissimo strumento, a trarlo da suo astuccio e a congiungere i due pezzi in cui era diviso, per quanto cercassi di applicare le labbra sull’imboccatura come faceva papà e soffiassi a più non posso, non ne trassi mai altro che stridi laceranti. Ma papà ci suonava ariette, che mamma ed io cantavamo.

Come ho già accennato, papà ereditò la casa e il terreno di Torchiaro alla morte di zia Menica, credo intorno al 1905. Credette allora di essere diventato ricco e cominciò a far conto su una disponibilità economica pressoché  illimitata.

Esisteva allora una classe abbastanza numerosa di proprietari di paese; gente che possedeva due o tre piccoli fondi e che viveva di essi, facendoli lavorare a mezzadria da “contadini”. Questi possidenti non erano né ricchi ne poveri. Vivevano delle rendite dei terreni, delle quali toccava ad essi circa la metà, e riuscivano a sbarcare il lunario senza fare niente, ma a patto di limitare le esigenze all’essenziale, di non permettersi lussi, di amministrare i loro granai, le cantine, i magazzini con parsimonia o addirittura con taccagneria. Era una vita grigia e monotona in vecchie case, fra vecchi mobili ricevuti in eredità: una vita senza grandi problemi e senza ristrettezze, ma anche senza avventure, senza ambizioni che sopravanzassero il banco di famiglia in chiesa e il palco personale nel teatro del paese. Le rendite dei terrenucci e i prodotti delle stalle assicuravano di anno in anno la sopravvivenza, magari consentivano anche un certo decoro, ma a condizioni di non far mai colpi di testa, di rifuggire dalle novità, di accontentarsi di una vita da talpe, entro le mura paesane.

Erano in realtà dei parassiti, ma i più coscienti tra essi s’illudevano di avere un ruolo sociale, si definivano “agricoltori”, perché, come padroni, spettava ad essi decidere sulla rotazione delle colture, sulle concimazioni, sulle semine, sull’andamento della stalla. Trattavano generalmente i loro mezzadri, con alterigia, talvolta con durezza, sempre con diffidenza. Li disprezzavano soprattutto perché erano ignoranti e perché, appena potevano, rubavano qualcosa dalla parte che spettava al padrone. La parola stessa “contadino” era un insulto fra gli abitanti della città. Il contadino era contadino, cioè zotico, sporco, incivile; ed era già molto se veniva posto un gradino al di sopra degli animali. Solo pochi padroni, più ricchi o più colti e progressisti, si avventuravano a spese per migliorare la casa colonica; e in ogni caso prima si pensava al terreno e alla stalla.

Essi, i contadini, consideravano e chiamavano i padroni, e in genere gli abitanti della città, “Signori” e non li amavano. Essere signori significava essenzialmente questo: poter vivere senza lavorare. I padroni poi, da una parte si compiacevano di quel titolo, dall’altra se ne schermivano o lo accettavano con qualche disagio, per l’odiosità e l’invidia che lo accompagnavano e perché, fra le altre cose, significava anche, a un dipresso, fannulloni. Ma mai e poi mai si sarebbero lasciati sorprendere intenti a qualche lavoro manuale. Quanto a benessere, erano a mezza strada fra i ricchi possidenti, spesso appartenenti alla casta dei nobili, e i proletari; ma consideravano indecoroso solidarizzare con questi ultimi. Per quanto piccolo e povero fosse il terrenuccio, il suo possesso li collocava nella classe dei padroni e di questo privilegio erano gelosissimi.

Solo qualche artigiano godeva nel paese di altrettanto prestigio. I rampolli di queste due classi erano talvolta avviati agli studi e diventavano medici o avvocati. Ma fare studiare un figlio era un rischio; le spese occorrenti per dargli un diploma o una laurea potevano dissestare il bilancio famigliare e mettere a repentaglio la proprietà. Per questo molti preferivano avviare i figli alla carriera ecclesiastica: studiare in seminario costava meno che in qualunque altro collegio. Se poi il figlio diventava prete, quella scelta poteva diventare un ottimo investimento. I preti appartenevano alla classe dei padroni, e, una volta detta messa, non solo non costavano più niente, ma potevano aggiungere ai terreni della famiglia quelli della parrocchia. Quanti padri, mentre continuavano ad amministrare con occhiuta avarizia il loro terrenuccio e a sospirare per la retta del seminario, sognavano d’invecchiare all’ombra di un campanile! I più ambiziosi mettevano in conto persino la possibilità di diventare padri di un arcivescovo e -perché no?- di un papa.

La Chiesa era l’unica istituzione che consentisse, nell’interno della sua gerarchia, tali iperboliche scalate sociali.

In politica, questa classe di piccoli possidenti era ferocemente conservatrice. Guardava con terrore e con odio gl’innovatori: codesti “socialisti” che pretendevano di eguagliare le classi e attentavano alla proprietà, definendola un furto; codeste Camere del lavoro che organizzavano i contadini e i morti di fame e, predicando la rivoluzione, li rendevano arroganti e pericolosi. Guardavano con fastidio persino l’istruzione elementare
obbligatoria. Dove si andava a finire se si annullava la naturale distinzione fra ricchi e poveri, fra padroni e servi, fra signori e contadini, fra galantuomini e pezzenti?

Non c’è da meravigliarsi se fra questa gente il fascismo attecchì facilmente.

Di questa categoria di piccoli proprietari di paese papà entrò improvvisamente a far parte quando non aveva ancora vent’anni. Certo non gli dispiacque di esser diventato da un
momento all’altro un “padrone”, uno di quelli che contavano, di essere trattato da pari a pari dagli altri possidenti e persino da qualche ricco proprietario di Ponzano, di essere
salutato dal medico condotto, dal sindaco e dagli altri impiegati del comune, di essere accolto con ossequio nelle banche di Fermo. Adesso poteva disporre di denaro e impiegarlo a modo suo. Poteva vestire con una certa eleganza cittadina, comprarsi un orologio d’argento con la sua brava catena intraversata al gilet, regalarsi magari perfino una bicicletta, per le sue gite a Fermo sempre più frequenti. Poteva pensare di continuare i suoi studi.

A differenza degli altri proprietari, per lui l’eredità ricevuta fu un punto di partenza, non un punto di arrivo. Finite le scuole elementari, intelligente e curioso come era, non aveva mai cessato di leggere e d’informarsi. Forse da quelle letture trasse le ambizioni e i valori ai quali poi restò idealmente fedele per tutta la vita, anche se nella pratica la debolezza del carattere non gli consentì di essere del tutto coerente con essi. Ricostruisco la sua formazione dalle idee che poi egli esprimeva e cercava di inculcare a noi suoi figli; poiché in realtà di quello che egli pensò e, in gran parte, di quello che fece in quegli anni a cavallo della prima guerra mondiale non so niente di preciso.

Era diventato proprietario terriero; volle essere un proprietario modello. Certo ne aveva le capacità e la competenza ma non si rese conto che questa ambizione era sproporzionata al piccolo terreno che aveva. Forse soprattutto per questo scelse di diventare geometra, o come allora si diceva “agrimensore”, e qualche anno più tardi s’impegnò ad acquistare una costosa e monumentale Enciclopedia Agraria, che io ho ritrovato, per la verità intonsa, fra i libri che ha lasciato.

Così su quel campicello fece delle spese che gli altri padroni, anche molto più ricchi di lui, non si sognavano nemmeno. Il suo mezzadro, Tofò, era l’unico in tutti i dintorni che avesse una casa colonica nuova; quando io ero bambino non era ancora finita; ricordo che ci si raccomandava di fare attenzione nel salire la scale di cemento che portavano al primo piano, dove abitava il contadino; poiché non c’era e non ci fu mai la progettata ringhiera. Ricordo anche che la stalla era dotata di una specie di teleferica, con un cassonetto volante per il trasferimento rapido e facile del letame fin sopra il letamaio; una novità ingenua rispetto al volume del letame da trasportare, ma indicativa di una Intenzione di modernità e di efficienza. Essa non fu mai utilizzata dopo le prime prove; quando fummo più grandicelli più volte cercammo di giocarci noi salendovi sopra e spingendoci a vicenda, ma papà ce lo proibiva, sia perché il cassonetto era sporco, sia perché avremmo potuto farci male. Tofò continuava a portare fuori il letame con la solita carriola.

Anche la vigna fu impiantata secondo i suggerimenti dei manuali e delle riviste di agraria: a sostenere i filari non erano i soliti olmi o aceri, ma piante di peschi. E poiché il terreno, nella parte bassa, confinava con il Cosollo, un fiumicello insignificante, affluente dell’Ete, papà vi fece fare una minuscola diga in cemento, sognando chi sa quali opere d’irrigazione. Il bacino che avrebbe dovuto formarsi a monte di essa fu colmato di melma alla prima piena del fiume, e la diga stessa fu travolta e rovesciata; tutto ciò che se ne ottenne fu una cascata d’acqua che scavò il letto del fiumicello, sicché noi ragazzi vi andavamo a fare il bagno e a pescare rane, granchi e qualche rara anguilla. Questo era il difetto di papà: pensava molto e alla grande, ma con scarsa aderenza alla realtà.

Pensava di essere un agricoltore moderno, un pioniere rispetto all’arretratezza generale delle nostre campagne: e derideva la taccagna ignoranza degli altri proprietari,
disprezzandoli come parassiti. Niente suscitava il suo scherno quanto il loro ozio e la loro ottusa avidità. “Lo vedi? -mi disse un giorno indicandomi il marchese Sassatelli- Lo sai che
cosa sta facendo, lì impalato e con la bocca aperta? Aspetta che passino le mosche, per acchiapparle al volo; è l’unica cosa che sappia fare”. E mi raccontava divertito di un altro
“signore” di Fermo, marchese o conte anche lui che aveva organizzato in un suo podere una porcilaia moderna, e in un colpo solo aveva venduto ottanta maiali, poi, entrato la sera nel Caffè del Broglio, sotto il palazzo comunale, ne era uscito la mattina seguente, completamente “ripulito”, avendo perso al gioco tutto quello che aveva guadagnato coi maiali in un anno.

Oltre che nelle sue iniziative di agricoltore di avanguardia, papà spese una buona parte del suo denaro negli studi. La necessità di recuperare il tempo perduto dopo la licenza elementare gli dava il pretesto per studiare privatamente e per restarsene per lunghi periodi lontano da Torchiaro, a Fermo, dove frequentava le lezioni di alcuni professori. Poi dava gli esami da privatista. Prese il diploma di geometra a Camerino, dove pure stette per qualche tempo a pensione di una vecchia signora, che ricordava più tardi con simpatia. Parlando con noi bambini dei suoi studi si vantava di non aver mai conosciuto “l’onta del sei”. E può darsi che fosse vero: certo era intelligente, ambizioso e curioso di ogni forma di cultura. Ma dimenticava di dirci che per conseguire il diploma di geometra aveva impiegato più di dieci anni, che aveva cioè studiato senza fretta, con tutta comodità, presentandosi agli esami quando e come voleva lui, cioè quando si sentiva ben preparato. Studiava insomma come uno che non ha bisogno di esercitare una professione per vivere, e considera lo studio principalmente come un suo personale arricchimento interiore, un ornamento della sua vita di possidente da romanzo. Ciò che sognava per l’avvenire era
probabilmente di starsene a casa, dirigendo da “signore” illuminato e colto la sua azienda agricola, e soprattutto passando il tempo coi suoi libri, le sue riviste, i suoi giornali. Non so se gli venne in mente che quell’azienda era troppo piccola per un sogno cosiffatto: non era tipo da fare calcoli troppo precisi e realistici. Certo le battaglie della vita e per la vita, le competizioni per il lavoro e per il guadagno, le scalate faticose e arrembanti, le lotte a
gomitate per farsi avanti nella professione, non erano cose di suo gusto, e più ancora rifuggiva dai vincoli di un impiego fisso.

Credo che in generale non amasse il contatto troppo diretto e traumatico con la realtà; più tardi, per giustificare, di fronte alle rimostranze di mamma, il suo scarso impegno nel lavoro, e i lunghi periodi di ozio che passava in casa, diceva che era “nevrastenico”. ‘Curiosi questi medici, eh? Tu vai da loro, gli dici che ti senti fiacco non tanto nel fisico, quanto nella volontà e nel morale, ed essi sentenziano: “Nevrastenia!” Rimani impressionato: : “Ma quant’è bravo questo medico!” Chi sa che cosa ti pare che abbia detto, mentre non ha fatto altro che tradurre in greco quello che gli hai detto tu. Ricordo questo suo commento alla prosopopea professionale dei medici. La sua intenzione era di farmi notare quanto fosse colto lui, che non si lasciava impressionare dalle parole greche dei medici e le andava a controllare sul suo vocabolario Petrocchi; ma non aveva scelto per caso la parola “Nevrastenia”.

Non so se questa sua debolezza nervosa -come egli diceva- fosse veramente una malattia o non piuttosto un’invincibile tendenza ad indulgere a se stesso, a considerare troppo
gravoso il compito di affrontare ogni giorno la vita coi suoi impegni, i suoi orari, i suoi incontri molesti. Certo neppure da giovane egli dovette essere particolarmente vivace, aperto, spensierato: sebbene abbia sempre avuto un forte senso dell’umorismo e del comico, certo non ebbe mai, neppure da giovane, un carattere gioviale, non fu mai quello che si dice un compagnone. Sin da allora egli dovette essere essenzialmente un solitario, un uomo chiuso in se stesso; e dovette soffrire di questo suo temperamento, senza tuttavia riuscire a modificarlo.

Mamma raccontava che quando i suoi le avevano proposto di fidanzarsi con lui, che da qualche tempo frequentava la sua casa come pensionante, ne era rimasta prima tutta sorpresa: fino a quel momento, sebbene egli avesse solo sette anni più di lei, lo aveva considerato un coetaneo di suo padre, un “vecchio” insomma, niente affatto bello e troppo serio e abbottonato perché lei, quindicenne, potesse pensare a lui come ad un possibile fidanzato. In realtà papà doveva essere molto timido, soprattutto con le donne.

Questo non impediva al giovanotto che egli era di prendersi delle soddisfazioni, di togliersi qualche capriccio.

Una delle prime cose che fece, quando potè disporre a suo modo di un pò di denaro, fu di comprarsi una bicicletta. A quel tempo non era una cosa da nulla: automobili praticamente dalle nostre parti non se ne vedevano, si viaggiava ancora coi cavalli e, soprattutto, a piedi; anche le biciclette erano un lusso, che non tutti potevano permettersi. Quando eravamo bambini papà ci parlava spesso di quella bicicletta che aveva avuto da giovane. Ne parlava come di una macchina da fantascienza e nella nostra immaginazione essa acquistò subito dimensioni e caratteristiche favolose. Era una “Bianchi” naturalmente, nera, lucida, splendente di cromature. Non correva sulle strade, volava, veloce e silenziosa come un veicolo spaziale.

Una volta papà stava andando su questa straordinaria bicicletta da Torchiaro a Fermo. Ed ecco che, a mezza strada, giù per la discesa che dai colli di Ponzano conduceva per mille curve dentro la valle dell’Ete, in uno dei pochi tratti diritti, vide davanti a sé Granati, che a piedi andava anche lui a Fermo, per chiedere l’elemosina. Giovanni Granati era un
accattone di Torchiaro, un povero diavolo di mezza età, che abitava da solo in un vano di pochi metri quadrati, sotto la scala esterna della scuola. Viveva delle elemosine che riusciva a racimolare nelle feste e nelle fiere dei paesi vicini, e della misera carità dei compaesani.

Una cosa strana era che, mentre tutti in paese si chiamavano tra loro col nome di battesimo più o meno storpiato, e spesso addirittura con un soprannome, egli era l’unico che tutti chiamassero sempre col suo vero cognome. Gli altri erano Francì, Pasquà, Nicò, o anche “lu Bbrzzese”, “lu Bburrì; persino papà accettava tranquillamente che, in luogo di Federico, lo chiamassero Fifo o Fifì. Ma Granati era Granati e basta.

Se ne andava dunque Granati a Fermo, camminando, come sempre a piedi nudi, al centro della strada, un pò curvo e tutto raccolto nei suoi rarefatti pensieri e assorto nel gran silenzio dei campi, misurando il passo strascicato su di un lamentoso ritmo ternario: “Eh, poru Jannì … Eh, poru Jannì!” Marciava commiserandosi: Eh, povero Giovanni!

Papà gli sopravvenne alle spalle con la sua silenziosissima Bianchi.

“Granati!” gli gridò all’improvviso quando gli fu a ridosso; e nello stesso tempo gli diede una manata sulle spalle curve. Granati schizzò, letteralmente, dal centro della strada sul margine polveroso; e da là vide quel figuro in bicicletta, che si allontanava per la discesa, veloce e silenzioso come se volasse. “Eh, borrattì! … Eh, borrattì!”Eh, burattino! Disse cambiando il contenuto, ma non il ritmo e il tono della sua cantilena.

Mamma non approvava che papà ci raccontasse queste sue imprese giovanili; ma egli ne conservava un ricordo così divertito che non sapeva rinunciarci.

A noi faceva piacere ascoltarlo: prima di tutto perchè ci piaceva sognare di quella bicicletta fantastica, che non correva ma volava sulle strade, poi perchè i fatti erano buffi in sè e per sè, infine perchè essi avvicinavano papà a noi bambini e ci facevano scoprire con sorpresa che era stato ragazzo anche lui.

Quella bicicletta sparì prima che noi nascessimo. La cono­scemmo soltanto nei racconti di papà, e la sognammo per anni.

Poi, quando oramai eravamo grandicelli, papà ne comprò un’altra; ma questa non aveva il fascino della prima. Era una bicicletta come tutte le altre, anche se era ancora l’unica a Torchiaro e se per noi fu un meraviglioso giocattolo, che restava a nostra disposizione per la maggior parte del tempo.

Papà infatti non usciva tutti i giorni per il suo lavoro di geometra. Che andasse a piedi o in bicicletta, si riposava tre o quattro giorni la settimana per smaltire la fatica delle sue sortite.

E veramente andare in bicicletta per strade malconce e ripide come erano quelle intorno a Torchiaro era poco meno faticoso che andare a piedi. In discesa o nei brevi tratti pianeggianti ci si riposava a cavalcioni della sella e si guadagnava un pò di tempo; ma in salita bisognava tirarsi dietro la bicicletta e si sudava il doppio, nè c’era più la possibilità di prendere le scorciatoie, viottoli di campagna stretti e ripidissimi.

Papà perciò, per i suoi giri di lavoro, usciva al massimo due o tre volte la settimana, e solo se il tempo lo permetteva e non faceva né troppo caldo nè troppo freddo.

No, non era un gran lavoratore. Beninteso, in teoria proclamava che il lavoro nobilita l’uomo e, per la sua professione, si sentiva superiore a tanti altri proprietari che non facevano niente. Ma in pratica si comportava come se fosse persuaso che si deve lavorare per vivere, ma non bisogna assolutamente vivere per lavorare. Il suo motto sembrava essere: “Non fare mai quello che può esser fatto altrettanto bene domani”.

Anche in casa, si riduceva a disegnare mappe e piante, a fare progetti e relazioni, insomma a lavorare a tavolino, quando proprio non poteva fame a meno. Se non c’era urgenza di scadenze o bisogno immediato di denaro, ogni pretesto era buono per rinviare il lavoro.

Nella maggior parte dei giorni in cui restava a casa viveva secondo il suo ideale, da possidente non privo di interessi culturali.

Era sempre abbonato a qualche rivista e ad un giornale quoti­diano. Questi arrivavano per posta: li portava Colombo Borri, porta­lettere ufficiale, con tanto di berretto col fregio e la grossa borsa a tracolla. Andava a prenderli a Ponzano, capoluogo del comune, a giorni alterni; e non tornava che a pomeriggio inoltrato. Sicché papà era costretto a leggere i giornali dei giorni precedenti. Era questa del resto la norma nei piccoli paesi lontani dalla ferrovia, e non pare che papà ne soffrisse molto. Del giornale apprezzava soprattutto la terza pagina, quella meno legata alla quotidianità e più impegnata cultu­ralmente.

La vita fluiva allora in provincia con ritmi lenti e la gente non aveva la fretta e le impazienze di oggi. Sapeva aspettare, riempiva il tempo con mille piccole attività nella cerchia della propria casa e del paesello: negli orti, nei campi, e, la domenica, nell’osteria di Marco.

Tutti sapevano fare diversi mestieri rustici e casalinghi, e vi si dedicavano a seconda delle stagioni: v’era il tempo in cui si battevano le falci per rifarne il taglio, v’era il tempo in cui si maciullava la canapa; oltre alle grandi e festose ricorrenze collettive della trebbiatura, della vendemmia, della macellazione dei maiali.

Le donne tessevano tele o filavano lana e canapa, inalberando le loro canocchie di canna e facendo prillare il fuso a fianco dello sgabello su cui sedevano, davanti alla porta di casa.

Ho visto delle vecchie andare per le strade del paese e per quelle adiacenti con la canocchia in resta sotto il braccio sinistro, alta sul capo come una bandiera, e il fuso vorticante lungo la gamba destra. Rientrando a casa, la sera, avevano sulla testa il fascetto dell’erba per i conigli e nel grembiule appuntato alla cintola la cicoria per la cena. Dietro veniva la pecorella domestica, o la capretta, o anche il maialino, che esse avevano condotto al pascolo lungo i margini e sulle scarpate delle strade.

Papà, disteso sul letto, con gli occhiali da miope tirati sulla fronte, leggeva i suoi giornali e le sue riviste.

Quando non leggeva e non dormiva, di tanto in tanto si soffer­mava nello studio per qualche lavoro da sbrigare a tavolino; ma più spesso s’aggirava per casa o nell’aia, adoperando le mani per piccole riparazioni urgenti in muratura o per riverniciare qualche mobile. Vederlo lavorare in questo modo era per noi una sorpresa, una cosa strana, a cui non eravamo abituati e che ci metteva un pò a disagio.

D’inverno per lo più se ne stava in cucina, davanti al focolare, dove aveva il suo posto riservato; e faceva lunghe conversazioni coi gatti.

Amava molto i gatti. Diceva che essi sono gli animali più indipendenti e più nobili, veri filosofi pieni di saggezza e di dignità.

Il cane, diceva, al contrario dei gatti, è un animale stupido e servile, sempre disposto a sbavare davanti al padrone, pronto a fare tutte le pagliacciate che questi gl’ impone, grato così per le botte come per le carezze, rassegnato a tutto. Il gatto invece fa sempre e solo quello che gli piace; se vuole ti fa le fusa sulle ginocchia, se non vuole, non ce lo potresti tenere un minuto neppure legandolo. Si strofina ai tuoi pantaloni se cerca da mangiare, ma senza umiliarsi, senza fare il buffone; e, mangiato che abbia, se ne va per i fatti suoi e non si preoccupa minimamente di mostrarti gratitudine. È del tutto suffi­ciente a se stesso e, soprattutto, vive senza lavorare. Appena trova un posticino tranquillo e tiepido, s’acciambella e dorme, oppure medita sulla vanità del mondo. È amico dell’uomo, ma alla pari; si direbbe che più che amare il padrone, lo tollera e lo compatisce.

Amava i gatti forse perché gli somigliavano nel carattere. Ma, qualche volta, così, amichevolmente, si divertiva a stuzzicarli, a fargli qualche tiro birbone; mentre quelli, conoscendolo bene come amico, gli si strofinavano contro i pantaloni, oppure con miagolii smorzati dall’affetto, gli gironzolavano intorno, egli li prendeva delicatamente per la punta della coda e li sollevava un pò da terra per il di dietro.

Il bello era che essi capivano lo spirito con cui faceva questi scherzi e non se ne avevano a male, non si ribellavano; nè fuggivano terrorizzati, come facevano appena si avvicinava uno di noi ragazzi.

La mattina lo aspettavano sul pianerottolo davanti alla camera; poi quando usciva, facevano a gara per mostrargli il più sviscerato affetto: incrociavano i suoi passi con le code dritte e i dorsi arcuati dal piacere, gli si strofinavano alle caviglie, lo seguivano o lo prece­devano attraverso la sala, lungo il corridoio, giù per le scale; e in cucina lo aspettavano accanto alla sua sedia, nel posto che immanca­bilmente egli prendeva per fare colazione.

Lui parlava con essi, li insultava affettuosamente e, quando diventavano troppo arditi, gli allungava qualche innocuo e cordiale scappellotto che essi prendevano come un complimento.

Un dopopranzo di maggio, papà, in procinto di salire in camera per la siesta abituale, si affacciò dalla terrazzetta che dava sull’aia. Qua e là, nell’ombra dei gelsi, razzolavano a piccoli gruppi le galline, guardate a vista da alcuni galli pettoruti e arroganti. A ridosso del tronco di un gelso su di un cartone traforato che era servito per i bachi da seta, dormiva un gatto di casa.

Era un gattone anziano e serio, grigio tigrato, riservato persino nelle manifestazioni di amicizia verso papà. Dormiva voluttuosa­mente nella quiete pomeridiana, acciambellato nell’ombra proiettata dal fogliame dell’albero, tutta screziata di macchie di sole.

Papà ebbe un’idea. Andò defilato nel magazzino e si mise in tasca due o tre pugni di granturco; poi scese nell’aia.

Il gatto lo sentì forse avvicinarsi, ma, conoscendolo bene, non se ne allarmò e non si mosse. Papà si chinò su di lui e gli sparse pian piano tutt’intorno sul cartone grigiastro i chicchi di granturco; poi si allon­tanò un poco a godersi la scena che ne sarebbe seguita.

Il gatto continuava a dormire saporitamente, lontano le mille miglia dal presentimento della tempesta che stava per abbattersi su di lui.

Il primo ad accorgersi del granturco fu un gallo che passeggiava lì vicino; emise una specie di gorgoglìo col quale avvertì le galline, e s’avviò di corsa verso il cartone. Subito una diecina di galline indiavolate si avventarono al gelso, e dietro accorsero tutte le altre. In un attimo fu un pandemonio di salti e svolazzi, di stridi, di piume arruffate, di creste e bargigli in tempesta, ondeggianti come bandiere nel folto della mischia, di beccate convulse, crepitanti sul cartone rinsecchito dal sole, attorno al povero gatto.

Questo si era svegliato all’improvviso, quando il cerchio degli assalitori s’era già chiuso intorno a lui. Senza più via di scampo, s’addossò spiritato al tronco del gelso e lì si accinse all’estrema difesa, come un lottatore alle corde. Col pelo irto, soffiando di terrore e di rabbia, di tanto in tanto, quando qualche testa si avvicinava di più, si slanciava in avanti con le unghie sfoderate, deciso a vendere cara la pelle.

Ad un certo punto colse l’istante favorevole e saltò su per il tronco del gelso. Lassù, accovacciato su un ramo, riprese rapidamente il controllo di sé e ricominciò a guardare col consueto sussiego la stupida baraonda dei polli ai piedi dell’albero e, poco lontano, papà che sobbalzava in tutta la persona di un tacito riso.

Ecco com’era fatto papà: non gli mancava il senso del comico; in ogni fatto e persona coglieva facilmente gli aspetti umoristici. In tutti, fuorchè in sé stesso e in quello che più tardi divenne quasi il suo dio: Mussolini e il fascismo.

Ma sul vecchio Dio della Bibbia rideva a crepapelle. Avemmo in casa per un certo tempo, prestati a mamma dal curato per l’edificazione di noi bambini, alcuni albums illustrati di Storia Sacra. Lo divertiva soprattutto il Padreterno, che, col triangolo in testa e la gran barba da patriarca, vestito di un camicione lungo fino ai piedi, si aggira per il paradiso terrestre alla ricerca di quel birbante di Adamo.

Anche sul fatto di Caino aveva da ridire. Caino tutto sommato aveva delle attenuanti, e gran parte della responsabilità per il fratricidio risaliva al Padreterno stesso. “Guarda qua -diceva-, Caino è un contadino e offre quello che ha, rape e zucche; ma il fumo del sacrificio rotola nero e puzzolente perla campagna. Invece Abele, che è pastore, offre agnelli e il fumo, bianco e profumato, se ne va dritto dritto al naso del Padreterno affacciato fra le nuvole come ad un balcone. A lungo andare queste preferenze rompono le scatole. La verità -concludeva- è che ai sacerdoti piaceva di più l’abbacchio arrosto di Abele che gli ortaggi di Caino; e volevano far capire ai fedeli che, per piacere a Dio, bisognava offrire al tempio agnelli e castrati in abbondanza”.

Scherzava anche su Noè e la sua arca. “Noè -diceva- ha il grande merito di avere inventato il vino. Ma per la faccenda dell’arca si comportò da perfetto imbecille. Aveva l’occasione di fare un repulisti di tutti gli animali molesti e nocivi. Invece, guarda qua, li porta dentro tutti. Come abbia fatto poi, in Palestina, ad andare a pescare elefanti e giraffe è un mistero. Ma almeno poteva lasciar fuori le pulci e i pidocchi e … e soprattutto le mosche. Ma già -concludeva- queste bestiacce le portava addosso lui, “sto sporcaccione”.

A me delle illustrazioni della Storia Sacra restò impressa soprat­tutto quella del profeta Eliseo che, come dice Dante, “si vengiò con gli orsi”. Si vedeva in primo piano il vecchio profeta, indiscutibilmente calvo, nell’atto di avviarsi verso le porte di una città. Intorno c’era una ressa di bambini vocianti e, più indietro, due grossi orsi, che, usciti da un folto d’albero, ne stavano sbranando alcuni. Dalla didascalia risultava che quei bambini erano colpevoli di aver chiamato “zuccapelata” il profeta. Ma a me la vendetta del vecchio sembrava esagerata. Che diamine! Doveva essere davvero permaloso e cattivo! E invece mi si chiedeva di ammirare la potenza di Dio, che, a difesa del suo profeta, aveva permesso, anzi provocato, una così orribile carneficina.

E ancora oggi non posso leggere senza sbalordimento il rac­conto di quell’episodio della Bibbia, nel 4° libro dei Re: “Poi di là egli salì verso Betel. Mentre saliva lungo il sentiero, uscirono dalla città dei fanciulletti che si misero a prendersi beffa di lui e a dire: Sali, calvo! Sali, calvo! Egli, essendosi voltato verso di loro, li vide e li maledisse nel nome del Signore; e uscirono dalla foresta due orsi, che sbranarono quarantadue di quei fanciulli. Di là poi se ne andò al monte Carmelo, donde fece ritorno in Samaria”.

Capito? Dopo la bazzecola dei quarantadue fanciulli sbranati se ne andò al Monte Carmelo!

Anche mamma, che, a differenza di papà, prendeva sul serio quei racconti, di fronte alla nostra sbigottita indignazione, fu costretta a rassicurarci, dicendo che era una favola e significava soltanto che non bisogna mancare di rispetto ai vecchi e, soprattutto, agli uomini di Dio.

Insomma, per dirla con le parole di papà, era un “Simbolo”. Ma, in ogni caso da allora, un pò per gli sberleffi di papà, un pò per colpa del profeta Eliseo, io non ho avuto nessuna simpatia per i profeti e, in generale, per la Storia Sacra. Tutto sommato, anch’io, come papà, non credevo a quelle storie, e mi piacevano di più i libri delle favole e Pinocchio.

No, papà non credeva al Dio della Bibbia. Tutt’al più ammetteva che quei racconti avessero un significato simbolico; ma non avrebbe poi saputo spiegare che cosa intendeva con quella parola.

E non credeva neppure agli Evangeli, soprattutto ai molti miracoli che essi riferiscono, ai quali pure gli evangelisti stessi e l’apologetica cattolica attribuiscono tanta importanza a riprova della divinità di Gesù Cristo. Certe sue spiegazioni razionalistiche di quei miracoli mi fanno pensare che egli avesse letto “La vita di Gesù” di Ernesto Rénan.

Ammirava, e forse amava, la figura e l’insegnamento di Gesù, e ammetteva facilmente che il cristianesimo avesse cambiato il mondo e determinato la storia dell’Occidente da duemila anni a questa parte; ma sulla divinità di Cristo faceva delle riserve o, almeno, sospendeva il giudizio. Anzi, più di una volta mi fece capire che non era neppure sicuro che Gesù Cristo fosse esistito, almeno con la figura tramandata dai Vangeli.

Egualmente ambiguo era il suo atteggiamento verso la Chiesa e la gerarchia ecclesiastica. Considerava i preti come i discendenti degli scribi e dei farisei. “Razza di vipere! Sepolcri imbiancati!” ripeteva spesso riferendo ai preti di oggi quello che S. Giovanni Battista e Cristo stesso avevano detto a proposito dei preti di allora. Oppure, citando il Giusti, li chiamava: Razza maligna, senza discrezione; e ricordava i roghi della Inquisizione, e Giordano Bruno e Galileo Galilei. Citava anche volentieri Dante:

Questi fur cherci, che non han coperchio
piloso al capo, e papi e cardinali
in cui usa avarizia il suo soperchio.

e confrontava, come Dante, l’avidità e la ricchezza dei preti di oggi con la povertà di Cristo e dei primi apostoli.

Oltre alla educazione liberale, razionalistica, laica, assorbita nelle sue letture e dovuta anche all’ambiente culturale del tempo, e alla sua adorazione per le scienze profane, qualche ruolo, in questo suo atteggiamento verso i preti, lo giocò probabilmente il fatto che sin da giovane egli cominciò ad essere debitore del curato di Torchiaro; il quale gli prestava volentieri denaro e facilmente concedeva dilazio­ni, ma era poi puntigliosissimo e fors’anche piuttosto esoso nel pretendere gli interessi e nel rifarsi sul capitale.

Eppure, nonostante questa opinione e questi rapporti col mondo ecclesiastico, aveva un grande rispetto per la Chiesa come istituzione: “E’ una potenza! -diceva- Tutti, dall’uomo comune al grande politico, debbono fare i conti con essa. Prima o poi ti fa andare a Canossa. Se non hai il favore della Chiesa non ti reggi. Sono passati i Romani, i barbari, Federico II, Lutero, Napoleone; ma la Chiesa è sempre là, più potente che mai. È una potenza.”

Questa opinione si rafforzò certamente in lui dopo il ventinove, l’anno del Concordato, in cui il suo idolo, l’ateo e mangiapreti Mussolini, era stato costretto a scendere a patti con la Chiesa; ma il suo atteggiamento sostanzialmente scettico sul piano religioso e cinico nei confronti della Chiesa, se l’era certamente formato quando era ancora giovane.

Subito dopo la prima guerra mondiale, così come avvenne dopo la seconda, si moltiplicarono qua e là, più o meno spontaneamente, voci di apparizioni miracolose. Anche Ponzano ebbe per qualche tempo la sua Madonna.

Pare che un uomo, di ritorno da Grottazzolina, nelle prime ore della notte avesse intravisto alla fioca luce delle stelle camminare davanti a sé sul sentiero di campagna che stava percorrendo, la sagoma di una donna con un bambino in braccio. Questa donna ad un certo punto aveva lasciato la strada e si era inoltrata nel campo, verso una catasta di legna, che nereggiava isolata in mezzo al prato.

Incuriosito l’uomo l’aveva seguita, ma non l’aveva più trovata: silenzio e deserto, intorno alla catasta e nella campagna circostante. Dov’era svanita la fantomatica donna?

Arrivato al paese, aveva raccontato questa strana avventura agli amici dell’osteria. Il giorno dopo tutte le donne di Ponzano non parlavano d’altro che dell’apparizione della Madonna sulla scorcia­toia della strada per Grottazzolina. E questa Madonna aveva già un nome: era la Madonna della catasta.

Già dalle prime sere successive molti paesani e soprattutto molte paesane di Ponzano si recarono sul posto, sicuri che la Madonna sarebbe riapparsa alla stessa ora. Ma non avvenne niente; solo una ragazzina disse di aver visto tra le frasche della catasta una piccola luce. Quella luce bastò a rafforzare la credulità e la devozione della gente.

Già il terzo o il quarto giorno i visitatori e i pellegrini erano centinaia e venivano non solo da Ponzano, ma anche dai paesi vicini. Poi ne arrivarono da Fermo, e la cosa cominciò a prendere proporzioni considerevoli.

Il curato di Ponzano non si pronunciava e non prendeva parte ai pellegrinaggi; diceva semplicemente che la Chiesa in questi casi era estremamente prudente e che bisognava attendere che l’autorità superiore prendesse posizione. “Del resto -aggiungeva- la grazia del Signore può piovere dovunque”.

Qualche giorno dopo l’apparizione della Madonna, papà si trovava a Ponzano per una festa di nozze. Passò la giornata soprattutto in compagnia di un conoscente, il sor Titta Catalino, che aveva sposato la sorella del marchese Sassatelli di Fermo e, possedendo diversi terreni, passava per ricco ed era considerato quasi nobile anche lui.

Per la verità, la mattina papà s’era un pò irritato per la proso­popea del sor Titta. Aveva comprato per la cerimonia un paio di guanti di pelle marrone. Ma, prima di andare in Chiesa, il sor Titta gli aveva fatto osservare che era da cafoni portare dei guanti tanto lucidi e puliti da rivelare a prima vista che erano stati comprati proprio in quella occasione; e s’era incaricato di renderli più eleganti, sgualcendoli e strofinandoli ben bene sul muro della Chiesa.

Papà s’era offeso, non tanto per lo scempio dei guanti, quanto perchè quel pallone gonfiato lo aveva in qualche modo trattato da cafone e gli aveva dato una lezione di bon-ton.

La sera, vedendo la gente che si avviava a frotte verso la catasta della Madonna, i due amici decisero di andare anche loro.

Quando arrivarono al viottolo della scorciatoia per Grottazzolina stava facendosi buio. Molti gruppetti di persone li precedevano e li seguivano chiacchierando fra loro. ‘Tu ci credi, Federì, a “sto mira­colo?” disse Titta. “Macché! -rispose papà- è una manifestazione di superstizione popolare, un tipico esempio d’isterismo colletti …”

Ma ecco che dal gruppetto che camminava due o tre passi davanti a loro risuonò un vocione virile e tra lusco e brusco papà e Titta videro un pezzo di sacramento grande e grosso con due enormi baffi, che si era fermato in mezzo alla strada e li guardava fisso. “Se non ci si crede, non ci si viene. Capito, signori? Se non ci si crede, non ci si viene”, diceva l’omaccione; e già intorno si sentivano esclamazioni di indignazione e si diffondeva un brontolio poco rassicurante.

“Perdio, Federì, -disse Titta- Qua è meglio svignarsela. Questi ci fanno la pelle”.

Si lasciarono superare dai devoti che venivano dietro, poi, quando furono sicuri che la ritirata non sarebbe sembrata una fuga, se ne andarono alla chetichella.

La Madonna della catasta non ebbe fortuna. Miracoli non ce ne furono, altre luci non si videro che non fossero chiaramente quelle delle lucciole, e i pellegrini cominciarono a diradarsi. Con disap­punto, credo, del curato e del sindaco, che avevano cominciato, ciascuno per suo conto, a sognare santuari ed attrezzature turistiche.

Papà dunque non credeva ai miracoli, non credeva al dio permaloso e vendicativo della Bibbia, non credeva neppure al dio misericordioso e nello stesso tempo terribile del Nuovo Testamento.

Gesù Cristo era per lui niente più che un grand’uomo, vittima dei sacerdoti del suo tempo, e l’ostia consacrata nient’altro che un simbolo.

Credo che il suo dio fosse una specie di Ente Supremo illumini­stico, una causa causarum non meglio identificata né definita, al­l’origine della natura, ma non necessariamente al di fuori di essa.

Di questo Ente Supremo ammirava soprattutto la potenza; gli piacevano le scene michelangiolesche della creazione sulla volta della Cappella Sistina.

“Vieni qua” mi disse una volta che fuori imperversava un temporale. Io andai alla finestra spalancata della sua camera, alla quale egli era affacciato. Su, verso Monterubbiano, il cielo era nero e basso, e sul groppone arrotondato del colle dello Spino guizzavano in continuazione i fulmini. “Guarda là le firme del Padreterno” -mi disse- “Vedi come sta nervoso?”.

Forse voleva insegnarmi a non aver paura dei fulmini e dei tuoni; ma certo ottenne il risultato opposto, perché immaginare dietro quelle scariche paurose la collera o anche soltanto il nervosismo di qualcuno mi atterriva ancora di più.

Naturalmente papà non era praticante. Si considerava cattolico perché la geografia e la storia lo collocavano tra i cattolici; ma i precetti della Chiesa non li osservava. Non andava alla messa “la domenica e le altre feste comandate”, né si confessava “almeno una volta all’anno”, né si comunicava “almeno a Pasqua”.

Nonna diceva che si comportava come le bestie. Lei divideva gli esseri viventi in due categorie: “li cristiani” e “le bestie”; e la fondamentale differenza era che “li cristiani” andavano in chiesa, le bestie no.

Papà la metteva a tacere facilmente dandole della sciocca. Ma con mamma le cose andavano diversamente: lei gli rinfacciava anche la grave colpa di dare il cattivo esempio a noi bambini. “Mi fa male la puzza delle candele” diceva papà tra il serio e il faceto; e talvolta adduceva la sua solita nevrastenia, che gl’impediva di stare in luoghi affollati. Ma spesso si ribellava con energia e proclamava di essere molto più religioso di esse che andavano a messa. Forse alludeva appunto alla sua fede nell’Ente Supremo.

Del resto anche lui, a modo suo, santificava le feste. La dome­nica non andava a messa, ma voleva mangiar meglio degli altri giorni. Qualche volta si metteva a cucinare lui stesso; consultava l’Artusi, e credo che quello fosse uno dei libri più letti in casa nostra. Ricordo ancora quel volume, senza più copertina e ingiallito dall’unto e dalla polvere, costantemente a portata di mano sulla mensola della cappa del camino.

Dopo che la nonna aveva fatto la sfoglia (o, come diceva lei, la pannella) per le tagliatelle, papà si chiudeva in cucina e preparava con le sue mani il sugo e la carne del pollo o del coniglio. Beninteso, ogni tre minuti riapriva la porta e cominciava a sbraitare, perché non trovava il pepe o i chiodi di garofano, o qualche altra cosa.

A Natale forse venne qualche volta alla messa di mezzanotte, per accompagnare noi bambini e per non sentire i rimproveri di nonna e di mamma. Ma santificava la festa soprattutto a cena: se non c’erano le anguille allo spiedo con qualche foglia d’alloro e bucce d’arancia, non gli sembrava Natale. E passava la serata così, fino all’ora della messa, chiacchierando con noi davanti al fuoco, giocando qualche volta al gioco dell’oca o alla tomboletta, e bevendo abbondanti punch al rum o al mistrà col caffè nero. Nonna intanto cuoceva il “pistringo” o “pistringolo”, una torta di fichi secchi e noci, impastati con farina di granturco e olio d’oliva in abbondanza.

La domenica di Pasqua non solo non si comunicava, ma non andava neppure a messa; però al rito della colazione pasquale teneva moltissimo. Gli altri giorni faceva colazione con una tazza di caffè allungato con orzo e due fette di pane tostato; magari di tanto in tanto, quando le cose andavano bene, nella tazza aggiungeva uno schizzetto di mistrà. Ma la mattina di Pasqua bisognava apparecchiargli la tavola. Egli sedeva al suo solito posto e aveva davanti sul bianco tovagliolo una ciambella gialla, di quelle che dalle nostre parti si facevano appunto di Pasqua, un uovo sodo e un salamino novello, oltre naturalmente alla tazza per il caffè con lo schizzetto. Era una colazione tradizionale: con essa si celebrava la primavera e si ricominciava il ciclo annuale di quella civiltà contadina. La ciambella gialla e l’uovo sodo rispondevano al fatto che nell’aia le galline, dopo l’interruzione invernale, avevano ricominciato a fetare in abbondan­za; il salamino novello inaugurava nel nuovo anno la consumazione del maiale che si era ucciso e salato nello scorcio dell’anno prece­dente.

Più tardi, quando vennero le vacche magre e non c’era più l’aia, papà dovette rinunciare a questi riti gastronomici. A Natale si mangia­rono qualche volta soltanto aringhe e baccalà e a Pasqua non sempre ci fu il salamino novello.

Quanto al precetto che prescriveva di non mangiar carne il venerdì e negli altri giorni proibiti, lo trasgrediva spesso e volentieri, giustificandosi agli occhi di noi bambini con la scusa della malattia o del lavoro. Che fosse venerdì o quattro tempera o quaresima, si staccava volentieri una coscia dal pollo a frollare e se la arrostiva sulla graticola, spalmandola con cura amorosa con strutto di maiale o con olio d’oliva; poi se la mangiava senza uno scrupolo al mondo.

Qualche volta l’ho sentito anche polemizzare con la Chiesa: “Come? -diceva- Un poveraccio che non ha altro da mangiare, si cucina di venerdì una cotica rancida, e va all’inferno difilato; mentre il curato si fa preparare due merluzzetti lessi, li condisce bene bene con olio, prezzemolo e limone, e va dritto in Paradiso. È giusto questo?”.

Con questi discorsi s’era fatto la fama di essere della “setta”.

C’era a Torchiaro un povero scemo, press’a poco coetaneo di papà. Noi lo conoscemmo nei primi anni della nostra infanzia, poco prima che morisse. Si chiamava Vasì.

I ragazzini gli andavano intorno e gli dicevano: “Vasi, come fa la somara tua?” Egli, qualunque cosa stesse facendo, smetteva subito e, fermo in mezzo alla strada, si dava a dondolare un braccio avanti e indietro, a destra e a sinistra, per far vedere come faceva la somara quando muoveva la coda per scacciare le mosche.

Papà raccontava che, quando suonava il clarinetto nella sua sala, erano rari i casi che non se lo vedesse comparire davanti all’improv­viso. Entrava furtivo per il portoncino, saliva le scale in silenzio e si fermava dietro lo stipite della porta; da lì sporgeva la testa irta di setole nere e restava a contemplare affascinato lo strumento luccican­te.

“Vasì, quando prendi moglie?” gli chiedeva papà. “Tra quattro cinque dieci anni” rispondeva pronto e serio. “Ah, sì? E chi prendi?” “Piglio Linuccia” “Come Linuccia! Linuccia la prendo io” incalzava papà. “Ah -diceva Vasì senza scomporsi- Linuccia la pigli tu? E allora io piglio Clarice” Linuccia e Clarice erano due ragazze del paese.

Ogni volta che papà riferiva questo dialogo, concludeva sempre “Se fossero tutti come Vasì, a questo mondo sarebbe una pace da santi”.

Una volta papà scandalizzò Vasì. Il curato aveva comprato coi soldi dei fedeli un crocifisso nuovo, da portare in processione. Nei primi tempi, per farlo ammirare da tutti, lo aveva posto ad altezza d’uomo su una parete della chiesa, vicino alla porta principale. Vasì incontrò papà nello spiazzo antistante la cantina di Marco. “Fifì, -gli disse- hai visto Gesù Cristo su nella chiesa?” “No, -rispose papà per provocarlo- che c’è Gesù Cristo lassù?” “Si -disse Vasì sgranando gli occhi- sta così.” Allargò le braccia, rovesciò la testa indietro e restò in quella posizione con la bocca spalancata verso il cielo come un buco nero nella barba ispida. Papà ne fu impressionato e, per cavarsi d’impaccio, “Ma quello non è Gesù Cristo -disse-; quello è un pupazzo di legno!”.

La reazione di Vasì fu straordinaria: scoppiò in una grande risata.

“Ah, ah, ah, -sghignazzava- quello è un pupazzo di legno! Ah, ah, ah!” Se ne andò nell’orto lì vicino; ma papà continuò a sentirlo per un pezzo, che rideva forte e ripeteva: “Un pupazzo di legno”.

Dopo qualche giorno Vasì si avvicinò a papà e gli disse: “Federi, è vero che tu sei della setta?” “Che? -fece papà- Che setta d’Egitto!” “Sii, tu sei della setta. Me l’ha detto mamma. Non gli dare udienza a quello, quello è della setta.”

La madre di Vasì era una vecchietta minuscola, che a volte, seduta sui tre gradini dell’osteria, si prendeva in grembo la testa di quel suo povero figlio e sgridandolo sottovoce lo spidocchiava.

Chi sa che cosa veramente intendeva quando diceva che papà era uno della setta? Forse si riferiva confusamente ed in massa alla oscura e terribile congrega dei senza dio, di cui aveva sentito parlare in chiesa: anarchici, massoni, socialisti, pagani e anticristi; insomma, in parole povere, adoratori del diavolo.

Alcuni anni prima a Torchiaro era avvenuto un fatto grave: alcuni individui, certamente dai paesi vicini o addirittura da Fermo, erano venuti di notte e, penetrati in chiesa dalla porta del campanile, avevano profanato il Santissimo Sacramento, insozzando con escre­menti i vasi sacri e spargendo le ostie per le strade del paese. L’impressione sulla gente del posto era stata grande, anche perché la chiesa rimase chiusa per diverso tempo e dovettero venire l’arcivescovo e i canonici di Fermo per riconsacrarla.

Ecco, quella era un’impresa della setta.

Ma papà non era né anarchico, né massone, né socialista, né adoratore del diavolo. Se credeva in dio a modo suo, al diavolo non ci credeva affatto, e rideva dei racconti allora frequenti di sue apparizioni fra fiamme e fumi sulfurei. Né credeva a quelli che, nella opinione popolare erano i suoi accoliti naturali: streghe, stregoni, lupi mannari, “paure” non meglio identificate, e cose del genere.

Tutti i Torchiaresi, eccetto forse il parroco, erano pronti a giurare sull’esistenza di questi esseri, conoscevan i loro costumi e le loro malefatte e ne parlavano con convinzione e ricchezza di particolari.

Se volevi vedere le streghe passare, a frotte, correndo a perdi­fiato a cavalcioni di cavalli spiritati, di caproni o addirittura di diavoloni neri, non dovevi fare altro che piazzarti ad un crocevia -per esempio, davanti alla cantina di Marco- a mezzanotte fra il venerdì e il sabato. Ma per vedere tutto questo e uscirne sano e salvo, dovevi tenere la testa infilata fra i rebbi di un forcone a due punte; altrimenti le streghe ti avrebbero fatto a pezzi. Si citavano Tizio e Caio che ne avevano fatto l’esperienza. Ad un altro era capitato di trovare al mattino il suo cavallo spossato e tutto pieno di sudore; naturalmente era servito alle streghe per le loro scorribande notturne. Un altro giurava di averle sentire miagolare a centinaia su perla grande quercia all’ingresso del paese.

“Supposto che abbia veramente sentito qualche cosa, diceva papà, erano gatti. E a proposito del padrone del cavallo sudato; “Quell’imbecille, piuttosto che pensare alle streghe, avrebbe dovuto chiamare il veterinario.”

Insomma, non voleva che noi credessimo a quelle favole. “Io ho girato per tutta la zona, a qualunque ora del giorno e della notte, e non ho visto mai niente”.

Per vincere il nostro timore del buio, ci raccontava certe sue esperienze di paure rivelatesi poi ingiustificate.

“Una volta tornavo da Fermo, a piedi. Era notte e piovigginava, ma la strada si vedeva chiara fra i margini neri dei cespugli. Ad un certo punto, dopo una svolta, vidi davanti a me, ad una trentina di metri, una specie di mostro. Aveva un testone enorme e, sotto, le gambette piccole piccole. Camminava piano nella stessa direzione per la quale andavo io. Rallentai il passo; ed ecco che all’improvviso, mentre lo guardavo fisso cercando di capire che cosa fosse, si fermò come se mi aspettasse. Non che avessi proprio paura, ma certo ero un pò impressionato: non solo si era fermato, ma si stava spostando verso lo stesso lato della strada sul quale camminavo io. Quando fui a dieci passi, mi fermai anch’io, e, facendomi coraggio, “Ohlà!” gli gridai. “Ohlà” mi rispose tranquillamente.

Il mostro era un soldato, che tornava in licenza e per non bagnarsi s’era tirato la mantellina sulla testa. Facemmo il resto della strada insieme.

Se invece che a me fosse capitato ad un altro, chi sa che cosa avrebbe raccontato.

Un’altra volta, sempre di notte, mi parve di vedere sul margine della strada un signore fermo impalato, con tanto di cappello in testa e un bastoncino in mano. Ebbene, era un tronco d’albero con delle frasche intorno.

Tutto il paese in mezzo al quale vivevamo ci tempestava di racconti paurosi. I più saputi si davano arie da scienziati, ne parlavano come di cose naturali e perfettamente credibili. “Che cosa credi che siano le streghe? -dicevano- sono donne come tutte le altre. Solo che hanno quel male che ogni tanto, di notte, si trasformano in gatti o in civette; e volano via per la cappa del camino. I lupi mannari hanno un male che li fa urlare come lupi. Gli cresce il pelo sulle mani e per tutto il corpo, camminano a ruota di carro, guazzano nell’acqua e, se t’incontrano, ti sbranano! Per il resto, quando non hanno quel male, sono uomini come tutti noi.” Citavano nomi e cognomi: “Tizio certe sere, quando esce di casa dice alla moglie: Stanotte, quando torno, ti metto la mano nella gattarola. Se la senti pelosa, non aprire.”

Papà diceva che erano disgraziati affetti da mal caduco, e che i peli, la ruota di carro, l’acqua e gli sbranamenti erano favole che nascevano nelle fantasie terrorizzate degl’ignoranti. “Non esiste niente al di fuori della nuda e semplice natura -diceva-; niente che la scienza non abbia spiegato e non possa spiegare.”

Ma ammetteva che ci potessero essere fenomeni oscuri e non ancora spiegati dalla scienza. Una zingara, leggendogli la mano, gli aveva predetto che sarebbe morto a sessantatré anni. Lui non ci credeva e lo raccontava spesso come per riderci sopra. Ma ogni volta si rabbuiava un pò; quella profezia gli dava fastidio e, sebbene non ci credesse, lo inquietava. Il fatto è che è morto nell’agosto del 1953, esattamente a sessantatre anni e due mesi.

Credeva a certi presentimenti, alla telepatia, alla trasmissione del pensiero, persino allo spiritismo: fenomeni oscuri che la scienza un giorno avrebbe spiegato. Sullo spiritismo in particolare non si pronunciava, lasciava sospeso il giudizio.

Più volte ci raccontò di una sua esperienza giovanile, strana e curiosa. Teatro di questa avventura a mezza strada fra la comica paesana e il brivido dell’oltretomba, fu una casetta colonica che c’era ancora quando io ero ragazzo e forse c’è anche adesso, magari rimessa a nuovo e del tutto dimentica di essere stata in passato albergo di uno spirito.

Papà, quando raccontava il fatto, ne parlava come di una casa che a quel tempo era di sua proprietà.

Annessa ad una casa colonica c’è normalmente della terra; perciò devo supporre che si trattava di una delle proprietà che papà vendette molto presto; o forse era sua soltanto la casa e il contadino vi abitava in affitto. Era una casa colonica come tutte le altre in quella zona delle Marche, con un pianterreno occupato dalla stalla e dalle cantine e un primo piano per le stanze di abitazione del contadino: un’ampia cucina, che fungeva anche da soggiorno per la famiglia, e le camere da letto.

Questa casa era fuori dal paese, ad un centinaio di metri dalla casa del curato che era l’ultima verso nord, lungo la discesa che conduceva alla “fonte-jò”. Era isolata in mezzo ai sambuchi e alle ortiche dei quei dirupi, e aveva di fronte, appena al di là della strada di terra, il piccolo recinto in muratura del cimitero vecchio.

Non conosco la storia di questo cimitero; quando ero bambino a Torchiaro ce n’era un altro dal lato opposto del paese, sulla strada che saliva verso Moregnano e Petritoli. Quello vecchio, completa­mente abbandonato, era sempre chiuso da un cancello di ferro con un robusto catenaccio e un grosso lucchetto rugginoso. Probabilmente, più che di un vero e proprio cimitero si trattava, o piuttosto si era trattato, di una fossa comune legata a qualche epidemia dei tempi passati.

Noi ragazzini qualche volta scavalcammo il muro di cinta e scoprimmo, trai rovi e le erbacce, teschi ed ossa sparpagliate e mezzo marcite, resti senza nome di qualche remota generazione di torchiaresi. Giocammo persino con quei teschi, lanciandoli come bocce l’uno contro l’altro. Quelle ossa erano appartenute a gente così lontana da noi da non aver quasi più niente di umano. Due di quei teschi eran anche finiti nello studiolo del curato e facevano da fermacarte.

No, il vecchio cimitero, proprio perché vecchio e abbandonato da tanto tempo, non aveva niente di pauroso. E niente di speciale aveva la casetta colonica adiacente: generazioni di contadini vi avevano abitato forse per secoli senza che accadesse niente di strano.

Ma un certo giorno il contadinello che vi abitava si era presen­tato a papà e aveva dichiarato che in casa tutte le notti si sentiva “bussare” “Ci bussa -aveva detto- tutta la notte ci bussa, là per la cucina; i ragazzini piangono e le donne hanno paura”.

“Saranno i topi”, aveva detto papà.

“No, padrone, non sono i topi; vuoi che non sappia come fanno i topi?”

Insomma, passa un mese, ne passa un altro, ed ecco che all’improvviso il contadinello carica la sua poca roba su di carro e se ne va.

La casa colonica di papà restò disabitata.

Qualche tempo dopo la fuga del contadino, papà si ritrovò nella cantina di Marco con tre o quattro dei suoi amici del paese. Si parlò della casa colonica e degli spiriti che vi abitavano, mentre, beninteso, si buttava giù qualche bicchiere di vino.

Ad un certo punto qualcuno propose di andare a fare un sopral­luogo. Detto fatto; incoraggiati dal vino, dalla buona stagione e dalla gioventù, si misero subito perla strada. Era con loro anche Guglielmo, quello che era rimasto vedovo della maestra piemontese e che era sempre pronto a farsi rimorchiare sia nel bere sia nelle altre avventure.

Papà passò a prendere la chiave, e andarono.

Era una notte di prima estate, senza luna ma chiara e tiepida. Arrivati allo spaccio di Capriotti, Benedetto, che era della compagnia, si separò dagli altri. Aveva qualcosa da fare in bottega; ma poi li avrebbe raggiunti. Mai e poi mai Benedetto, che dopo papà era il più dotto della comitiva, avrebbe rinunciato ad una esperienza così stimolante, anche dal punto di vista culturale.

Gli altri proseguirono e, arrivati all’altra estremità del paese, sotto la casa del curato, cominciarono a scendere per la strada sabbiosa della fonte. Pensarono che lì, a due passi da loro, c’era il cimitero vecchio? Fatto sta che, a mano a mano che scendevano, si facevano meno loquaci.

Ed ecco che arrivano: silenzio assoluto tutt’intorno, salvo l’ab­baiare lontano di qualche cane e il canto disteso dei grilli per i campi circostanti. Entrano a tentoni, in fila indiana, salgono al primo piano. Il buio era completo; solo si vedevano, come due quadri appena baluginanti, le due finestre della cucina e, attraverso la porta, un’altra finestra spalancata sul pianerottolo dell’ingresso.

In un primo momento anche lì dentro regnò un silenzio totale. Ma ad un tratto da un angolo si sentì come un fruscio, come se qualcuno trascinasse un sacco sul pavimento; e subito dopo qualcosa, come un sassolino o un calcinaccio, rotolò rasente il muro.

Poi cominciò un tambureggiamento, sordo e leggero, che scor­reva qua e là per la stanza: era come se qualcuno con la punta di un bastone imbottita di stracci battesse sull’impiantito di mattoni.

“Si sente” disse piano uno della comitiva “Bussa da sotto, dalla cantina”. disse un altro. Infatti, a fare attenzione, sembrava che quei colpi non fossero dati dall’alto verso il basso sul pavimento della cucina, ma piuttosto da sotto in su, sul soffitto della cantina sot­tostante. Si, non c’era dubbio, qualcuno o qualcosa batteva e si muoveva fra le travi della cantina.

“Andiamo a vedere” disse papà; e insieme con Amedeo Ripari, che era il più coraggioso del gruppo, scese per vedere se per caso non fossero i topi. Per farsi luce non avevano che una scatola di fiammi­feri.

Come papà ne accese uno e lo alzò verso il soffitto, da una trave nera di vecchiaia e di fumo, piombò giù una pantegana enorme, e corse a rintanarsi in un angolo, sotto un mucchio di legna.

“Eccolo, lo spirito! -gridò papà- È una pantegana grossa come un gatto!”

Ma subito dopo il tambureggiamento ricominciò. E adesso, stando in cantina, sembrava che qualcuno battesse da sopra, sul pavimento della cucina.

I due amici tornarono al primo piano e tutti e cinque si restrinsero in fondo alla stanza, perplessi.

Ed ecco che da fuori, attraverso la finestra aperta dell’ingresso, risuonò la voce di Benedetto Capriotti. “Fì, -chiamava- Federì!- “Vieni su.” gli gridò papà. “Si sente?” “Eh sì, qualche cosa si sente”. Benedetto salì le scale. Come entrò nella cucina e si soffermò un momento sulla soglia per orientarsi, a papà venne un’idea.

“Spirito benigno, -disse- se ci sei, saluta l’amico Benedetto Capriotti!” Non aveva ancora finito di parlare che si udirono tre colpi, secchi e forti, là verso l’ingresso dove appunto si trovava Benedetto. E quello fece tre passi, precipitosissimi, verso il fondo della cucina, dove avvertiva la presenza dei compagni, e si ficcò in mezzo al gruppo.

“Santa madonna, Federì, non mi fare più scherzi di questa sorta -disse più tardi a papà; mentre tornavano a casa- già quando hai detto di salutarmi, m’è andato tutto il sangue in saccoccia. Ma quando mi sono sentito battere sotto i piedi, c’è mancato poco non ci rimanessi secco.”   “T’ha battuto proprio sotto i piedi?” chiese papà. “Sii, perdio! mi sono sentito tremare i mattoni sotto le suole delle scarpe, ti dico!”.

Con il saluto a Benedetto s’era stabilito un contatto tra lo spirito e gli amici presenti. Guglielmo, detto Cujè, ne approfittò subito. “Spirito benigno! -strillò con la sua vocetta acuta- Spirito benigno! dacci un terno! Lo vedi come siamo poveri!”

L’inaspettata uscita di Guglielmo fece ridere tutti e si allentò un pò la tensione che si era venuta creando. Ma lo spirito continuò il suo affrettato borbottio di colpi qua e là per la cucina e non diede nessun terno. “Domandagli qualche cosa”, dicevano gli amici a papà.

E a papà venne in mentre che proprio quella mattina aveva letto sul giornale la notizia della morte di un astronomo americano, un certo Lowel, secondo il quale i pianeti del sistema solare non erano otto, come si era creduto fino ad allora, ma nove; le sue osservazioni e suoi calcoli facevano supporre che oltre Nettuno ci fosse un altro pianeta più piccolo, non ancora individuato dai telescopi.

Domandò dunque allo spirito quanti fossero i pianeti e quello battè esattamente otto colpi; poi, dopo una breve esitazione, ne aggiunse un nono; più debole. Fu chiesto ancora se esistesse l’inferno. “Se la risposta è sì, batti un colpo; se è no, battine due;” disse papà. Lo spirito batté un colpo. “Ed è eterno?” No, non è eterno, rispose lo spirito.

Così si avviò una breve conversazione a base di sì e di no, e successivamente componendo le parole secondo il numero dei colpi rapportato alla posizione delle singole lettere nell’alfabeto italiano.

Risultò che si trattava dello spirito di un certo Achille Leti, un ex-garibaldino nativo di Torchiaro, morto a Fermo diciassette anni prima.

Tra le altre cose, papà si lamentò che egli avesse scelto proprio quella casetta come sua dimora, spaventando una povera famiglia di contadini e costringendola a sloggiare. Allora lo spirito parve infuriar­si e tempestò intorno con colpi forti e precipitosi.

Io non credo che papà abbia mai fatto delle ricerche all’anagrafe di Fermo per controllare l’esattezza dei dati ricevuti in quella seduta.

La voce si sparse e un giorno, qualche tempo dopo, venne da Fermo un uomo, tutto nero e taciturno, e chiese la chiave della casetta.

“Ho da regolare un conticino con Achille Leti” disse. Dopo un paio d’ore tornò, riconsegnò la chiave e disse solo queste misteriose parole: “Tutto a posto!” Da quel giorno nella casetta colonica non si sentì più bussare. Quando io ero ragazzo essa era tranquillamente abitata da un altro contadino e nessuno parlava più di spiriti.

Che cosa pensava precisamente papà di quello spirito e della conversazione avuta con esso? Quando raccontava quell’avventura ne sottolineava soprattutto gli aspetti comici e non sembrava pren­derla sul serio. Probabilmente la collocava fra i fenomeni che la scienza non aveva ancora spiegato.

Condividi...Share on Facebook0Share on Google+0Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn0