Zia Liliana: a proposito di Nonna Gigia

La Storia della famiglia Iacopini dai racconti di mamma Liliana

Nonna Gigia

nonna gigiaLuigia Lucci, cioè nonna Gigia, era nata a Fermo nel 1868 ed era la secondogenita di Lorenzo e Maria Lucci. Lorenzo Lucci era “capo stradino” del Comune di Fermo. Adesso un impiegato di pari grado, se esiste, si chiamerebbe “funzionario della manutenzione stradale” e dovrebbe essere un ingegnere o almeno un geometra. A quei tempi si contentavano di molto meno, non credo che <nonno Lorè> come diceva mamma, fosse mai andato a scuola e perciò dubito molto che sapesse leggere e scrivere ma possedeva alcuni muli, due o tre carretti e buoni muscoli ed era perfettamente in grado, con l’aiuto di un paio di garzoni, di tenere in ordine le strade “brecciate” di Fermo e dintorni.

Naturalmente i nostri figli, e a maggior ragione i nostri nipoti, non sanno neanche lontanamente che cosa fossero le strade brecciate. Io le ricordo benissimo: quando ero bambina nessuna strada comunale o provinciale era asfaltata ma veniva ricoperta da uno strato di “breccia” cioè ghiaia che aveva il compito di preservare il manto stradale dall’usura ed impedire che le ruote dei carri e dei biroccini, nonché le scarpe chiodate dei contadini e dei paesani, sprofondassero nella melma.

Lungo i bordi delle strade, a distanze regolari, venivano deposti dagli stradini mucchi di breccia che erano andati a prendere coi carri, giù a Tenna e che poi nei giorni successivi veniva sparsa sulla strada. Il nonno Lorenzo, anzi il bisnonno Lorenzo, aveva l’appalto di questo lavoro e credo ne fosse contento; naturalmente non diventò mai ricco ma non fu neanche veramente povero specialmente quando i due figli maschi, Pacifico, il maggiore, e Giuseppe, il minore, diventati grandi cominciarono ad aiutarlo.

Nonna Gigia stava in casa: era molto giovane ma su lei pesava tutto il lavoro domestico giacchè sua madre Maria in casa ci poteva star poco. Anche in quei tempi di “genuine e specchiate virtù civiche” evidentemente un po’ di maretta nei comuni c’era sempre e per tenersi a galla anche il bisnonno aveva bisogno di qualche appoggio. E, senza forse volerlo, l’appoggio glielo procurò sua moglie, ma non nel modo che qualche nipote malignetto già immagina, la bisnonna Maria proteggeva il lavoro del marito e dei figli nella maniera più onesta: per anni fu governante, bambinaia e infermiera in casa dell’Ingegnere Capo del comune, naturalmente senza guadagnarci un soldo, solo per procurarsi l’appoggio di un personaggio importante.

L’Ingegnere aveva una moglie malaticcia e pigra che aveva imparato benissimo ad approfittare della disponibilità  della bisnonna, come se farsi servire da lei fosse un suo sacrosanto diritto. E forse a quei tempi lo si considerava tale data la soggezione quasi reverenziale che gli inferiori avevano verso i superiori, considerandoli più o meno come padroni. Di questa situazione naturalmente risentiva molto anche la giovane Gigia che cominciò da allora ad odiare i “signori” e per estensione anche i “preti” che con i signori andavano sempre d’accordo.

Nonna Gigia dunque, ancora ragazza, era una perfetta massaia e cucinava non solo per il padre e i fratelli ma anche per i garzoni che a quei tempi mangiavano e qualche volta dormivano presso i datori di lavoro. Nonna mi raccontava che il suo maggior lavoro era rifare i letti ogni mattina, a quei tempi i materassi di gomma-piuma e di permaflex erano di là da venire, ma neanche i materassi di lana erano frequenti nelle case degli operai. Forse a casa Lucci li avevano i genitori, i ragazzi no, avevano i “sacconi” pieni di fruscianti foglie (gli sfogli) di granturco seccate al sole. Non ci si dormiva male, salvo il notevole fruscio ad ogni movimento, ci si affondava dentro e ci si stava caldi e comodi, io l’ho provato un paio di volte, non ricordo dove e in quale occasione perché in casa non ne avevamo, me ne è rimasta comunque un’impressione niente affatto sgradevole, però a furia di girarsi e rigirarsi il saccone al mattino presentava un aspetto miserevole, pestato, afflosciato e sformato. Per rifare il letto bisognava prima infilare le mani in certi spacchi lasciati sulla fodera del saccone e mescolare e rimescolare le foglie scricchiolanti fino a ridare al letto la sua bella forma rigonfia e regolare.

Ma siccome Pacifico e Peppino (Pacì e Pippì) appena tornavano a casa e andavano in camera si appoggiavano al letto con le mani e tra un letto e l’altro si dondolavano facendo ginnastica, nonna infilava nel letto dei fratelli e in corrispondenza del posto dove ,presumibilmente, mettevano le mani, una certa quantità di spilline  con la punta rivolta all’insù in modo che i ragazzi, pungendosi, smettessero di rovinare la simmetria dei letti.

Quando nonna mi raccontava questo fatto ero sbalordita da due cose: come avesse cuore di fare ai fratelli certi “tiri” e come i fratelli sopportassero e non la menassero, ma credo che nonna fosse molto benvoluta in casa, era la prediletta del padre che la chiamava “Gigetta sua”. Gigetta doveva essere certo graziosa, vivace e sicuramente aveva degli ammiratori nel quartiere. Aveva avuto anche un fidanzato a cui diceva d’aver voluto molto bene ma che, non sapeva perché, era certa di non poter sposare, forse perché era un contadino, lavorava la terra e viveva in una casa colonica, sia pur molto vicina alla città.

A quei tempi i popolani avevano anche loro un proprio codice di comportamento a cui difficilmente derogavano, come gli appartenente alle alte sfere avevano e osservavano il loro. E non stava bene che la figlia di un “cittadino” sposasse un ragazzo di campagna anche se brecciare le strade era un lavoro forse più faticoso e anche, tutto sommato, meno nobile che lavorare la terra. E così un giorno nonna e il suo primo fidanzato si lasciarono , e lei che aveva già più di vent’anni cominciò a gurdarsi attorno.

In quel periodo Mimì Fattenotte (alias Parini) venne a lavorare con Lorenzo Lucci come garzone ed uomo di fatica. Era tornato da poco dall’Africa e aveva il suo bel gruzzoletto da parte … almeno la gente diceva così, adocchiò subito la figlia del padrone anche se veramente doveva conoscerla da sempre ; abitavano tutti sulla stessa strada, in due casette non tanto lontane, , ma non era probabile c he la potesse ottenere, sebbene il bisnonno Lorè non fosse ricco e fosse un operaio e per quanto la moglie facesse quasi la serva in casa di quell’Ingegnere del comune, a far dubitare Mimì d’essere accettato era quel fatto, un po’ vergognoso d’essere un figlio di nessuno … un “mulo”.

Fu Gigia a risolvere la questione, un giorno che il padre e i fratelli erano andati via coi muli, la ragazza scese nella stalla dove trovò solo Mimì che puliva le lettiere degli animali, <Guarda> disse Gigetta con una certa aria  di derisione <mi avevano detto che i muli erano scappati tutti e invece qua ce ne sta ancora uno!>. Intuendo sotto lo scherzo un pò pesante un certo interesse per la sua persona, Mimì buttò via decisamente la pala e cercò di afferrare la ragazza che però lo schivò abilmente e, inseguita da lui, corse in casa e gli chiuse la porta in faccia.

Da quel giorno Mimì la corteggiò e fu accettato, senza troppe difficoltà, anche dalla famiglia, in considerazione che era un giovane promettente e forse anche per quella tale somma che aveva da parte. Nei primi tempi del fidanzamento Mimì era molto innamorato e prodigo di promesse, diceva che si sarebbero sposati presto anche prima di “Virgì”, Virgì (Virginia) era una cugina di Gigia, fidanzata  da tempo e poi sposata ad un certo Cisbani e madre di Linda, Marietta e Nennella.

Virgì si sposò e Mimì diventò inspiegabilmente meno entusiasta e più cauto in sogni e promesse. Gigia cominciava a preoccuparsi quando un giorno mamma Nazarena si ammalò e non avendo nessun altro che il suo figlio adottivo, toccò alla futura nuora andare a darle una mano, e Gigia ci andò. Le puliva la stanza, le preparava un po’ di minestra e le faceva la spesa. Una mattina la ragazza notò che il mucchietto dei soldi nel primo cassetto del comò era quasi esaurito lo disse alla donna aggiungendo <di a Mimì di lasciare un po’ di soldi se no domani non posso fare la spesa>. Con sua grande sorpresa Nazarena si mise a piangere e confessò che il figlio non aveva denaro e che tiravano a stento con la giornata di Mimì, che era tornato al suo mestiere di muratore. Il tanto celebrato gruzzoletto che tutti credevano depositato in Banca, era svanito subito dopo il ritorno del giovane dall’Africa: lo aveva prestato ad un amico che gli aveva promesso un buon interesse, migliore di quello della Banca, ma l’amico era fallito e Mimì aveva perso tutto.

Quando me lo raccontava, dopo tanti anni, capivo che nonna Gigia sentiva ancora il bruciore della delusione ma, sebbene giovane, seppe contenersi, non raccontò niente a nessuno e non pensò neanche lontanamente a lasciare il fidanzato. Aveva già alle spalle un fidanzamento fallito: mandare a monte il secondo significava ,a quei tempi, guastarsi la reputazione. Ma era una ragazza concreta e capì subito che per realizzare i suoi sogni, o almeno per tentarlo, doveva ancora una volta agire di sua iniziativa. Era opinione comune nel vicinato che Nazarena fosse una buona donna, però un po’ spendacciona, con la scarsa  paga di una lavandaia e di un muratore, credo proprio che ci fosse poco da spendere ma nonna mi raccontava che, per esempio,  <mamma Nazarena tornando d’aver consegnato alle signore la biancheria pulita, invece di tornare a casa a cucinare,si fermava in qualche trattoria (cantina, come si diceva) e comprava una o due porzioni di stocco in umido>. Lusso inaudito a quei tempi e capace di squilibrare e affondare il precario bilancio di un operaio. Era tempo che entrasse lei in quella casa a mettere un po’ d’ordine nelle spese ed arginare tanto spreco!

La prima volta che riuscì a parlare da sola a solo con il fidanzato cominciò il discorso prendendola alla lontana, disse: che era meravigliata che Mimì non parlasse più di matrimonio, che non avesse fretta di sposarmi come dimostrava in principio e aveva notato che Virgì si era sposata da tempo. Mimì fu vago aspettava, disse, che le cose si sistemassero un po’ meglio, desiderava, prima di sposare di cambiare casa e cercarne una un po’ più grande (come era uso dovevano coabitare con la madre) e che aveva anche qualche progetto ambizioso: avrebbe voluto mettersi a lavorare in proprio, invece di sudare per far guadagnare gli altri.

Gigia lo lasciò dire poi dettò le sue condizioni: tutto bene, Mimì aveva perfettamente ragione di voler aspettare ma avrebbero aspettato ognuno per conto suo, libero lui libera lei da ogni impegno e promessa, <Quando ti farà comodo, me lo verrai a dire e se sarò ancora libera ti sposerò, se no, … pazienza>. Di pazienza Mimì Parini ne aveva avuta, ne ebbe sempre poca nella vita, ma in quell’occasione non ne ebbe affatto, atterrito di perdere quella ragazza a cui doveva essere veramente legato (e lo fu sempre anche se tentò di tiranneggiarla fino alla vecchiaia ….  dopo di che lo tiranneggiò lei) affrettò il più possibile le nozze e nel giro di pochi mesi si sposarono

Sposarono di Novembre, prima che entrasse l’inverno, credo fosse il 1892. Nonna mi raccontò che aveva un vestito di lanetta verde, ricamato a traforo nella baschina e sulla pettina, glielo aveva regalato la sua comare di battesimo. Inorridii : verde! Un abito da sposa Verde!! <ti piaceva?> le chiesi una volta e lei rispose <bellissimo>. Restai letteralmente spoetizzata

Condividi...Share on Facebook0Share on Google+0Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn0

Un pensiero su “Zia Liliana: a proposito di Nonna Gigia

  1. Ho letto tutto d’un fiato,l’immaginazione mi ha portato sulle strade di quei tempi con i visi che conosco attraverso le fotografie ! Bellissimo,grazie!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *