Zia Liliana: a proposito di Nonno Mimì

La Storia della famiglia Iacopini dai racconti di mamma Liliana

Nonno Mimì

Ringrazio Manfredi che ha iniziato questa trascrizione dandomi l’onore di continuare (Ignazio)

nonno mimì

Noi, fratelli e sorelle, siamo tutti nati a Fermo, salvo Maria e Lucia che un po’ per caso, un po’ per volere di mamma, sono nate a Torchiaro. Ma solo io ed Enzo siamo nati in Via Rosati, in un appartamento di proprietà del fotografo Tullio Del Papa dove papà e mamma erano andati ad abitare subito dopo il loro matrimonio, celebrato nell’ottobre del 1919.

Via Rosati è quella via (anzi si dovrebbe dire quel vicolo) incassata tra il palazzo dei Vitali Rasati e la chiesa della Pietà che adesso sarà certamente chiusa al culto e che, del resto, anche quando ero ancora ragazza, si apriva di rado. Via Rosati è angusta, perennemente in ombra oscurata com’è dall’ombra del Palazzo Rosati e quella, di fronte, del vecchio seminario e della chiesa del Carmine. Ma in fondo si apre, o almeno si apriva, un portone sempre spalancato da cui, nei giorni di sole, veniva un fiotto di luce che illuminava parzialmente anche la piccola via. Era l’ingresso dello studio fotografico Del Papa a cui faceva da riferimento e da reclame la vetrinetta dove venivano applicate le fotografie dello studio (non particolarmente belle) affissa al principio della stradina nella parte del palazzo Rosati che sporge sul corso Cavour.

Oltrepassato il portone ci si trovava in un breve androne che portava direttamente in un giardino, anzi un a specie di terrazza dove crescevano, un po’ disordinatamente, rose e gerani. Non era grande e nemmeno particolarmente curato, ma sembrava quasi un miracolo che tra quelle mura nere e muffite si aprisse quell’angolo di verde abbondantemente fiorito, almeno nella buona stagione.

Lì Enzo ed io abbiamo mosso i primi passi perché il quartierino preso in affitto da papà dava proprio su quel giardinetto su cui si aprivano le due o tre finestre  che ci appartenevano. Ci si entrava (nell’appartamento) da una porta che si trovava nell’androne, proprio di fronte al portoncino scuro dell’abitazione dei Del Papa, porta invece verniciata di chiaro e che io ho vista sempre chiusa quando da grande andavo a farmi le fotografie e anche da bambina quando, con mamma, si andava a trovare i Del Papa che erano rimasti nostri amici e sono stati i padrini di battesimo di Maria, anzi delle due Marie perché lo erano stati anche della piccolina che morì nel 1927.

Mamma mi disse una volta che da piccolissimi io ed Enzo eravamo stati probabilmente i bambini più fotografati di Fermo e dintorni perché i due ragazzi Del Papa, Mario e Cecco, allora sui quindici – sedici anni, esercitandosi nella professione del loro papà ci avevano sempre sotto mano e ci fotografavano in tutte le pose possibili e immaginabili. (Ricordo una piccola istantanea in cui io, allora di poco più di un anno, apparivo carponi con la bocca spalancata in un urlo che, secondo Mamma, non era di dolore ma di pura indignazione perché in quella posa poco comoda mi ci aveva costretto uno dei ragazzi, mentre l’altro tirava la fotografia). Peccato che mamma e papà non siano stati ne’ molto ordinati ne’ molto conservatori altrimenti avremmo forse adesso delle foto interessanti quasi d’antiquariato.

Non so esattamente in che anno Papà e Mamma decisero di lasciare l’appartamento di Via Rosati, credo qualche tempo prima della nascita di Adriano che poi nacque a Fermo ma in casa dei nonni Parini e fu portato piccolissimo a Torchiaro, dove ormai abitavano stabilmente.

Nonna Memena mi raccontava che era l’epoca dei bachi da seta (maggio) e che lei si teneva Adriano piccolo nell’incavo del braccio (destro) mentre con l’altro dava “la foglia” ai bachi che allevava nei due stanzoni (almeno a noi apparivano tali) che negli altri mesi restavano quasi sempre vuoti e a disposizione dei nostri giochi.

Io, alla nascita di Adriano, avevo meno di quattro anni (li avrei compiuti nel settembre successivo) e me lo ricordo (ma era proprio lui o non forse la piccola Maria che poi morì?) minuscolo e grassoccio nella piccola sedia a dondolo di vimini che ospitò, negli anni successivi, tutti gli altri piccoli Iacopini.

Il nome Adriano era tanto poco agevole da pronunciarsi che mamma ce lo semplificò in “Tri-trì” ma prima ancora tanto io che Enzo avevamo cominciato a chiamarlo “Gesù bambino” forse perché ci ricordava il piccolo Gesù del presepe della Chiesa di S. Francesco che era quasi a grandezza naturale e che nonna Gigia ci portava a vedere ogni Natale.

Ma mamma non amava ne’ i soprannomi ne’ i diminutivi e tanto meno voleva che chiamassimo Adriano Gesù bambino sembrandole una irriverenza verso il Signore, perciò ci dissuase subito coniando appunto Tri-trì che rimase fino a quando non riuscimmo a pronunciare il nome giusto senza troppa difficoltà. Pochi anni fa ho sentito una donna di Torchiaro, più o meno mia coetanea, rivolgersi ad Adriano (Notaio, di mole imponente e già nonno da diversi anni) chiamandolo ancora con quel nomignolo che mi riportò di colpo, per un fuggevole attimo, nell’atmosfera incantata della prima infanzia.

Ho parlato di questi primissimi ricordi perché penso che Enzo non ne abbia fatto cenno nei suoi scritti: era troppo piccolo a quei tempi e poi non ha avuto modo di raccogliere i racconti di mamma e delle due nonne come me, che essendo una femmina, stavo sempre appiccicata alle loro gonne. Ma la Via Rosati, dove papà e mamma iniziarono la loro vita matrimoniale ed Enzo ed io la nostra vicenda terrena (vicenda che per lui si è già purtroppo conclusa) mi è tornata in mente anche perché si trova a pochissima distanza dal luogo dove iniziò anche la vita di nonno Domenico Parini.

Addossato alla chiesa del Carmine, sulla strada un po’ in salita, poco più grande e luminosa di Via Rosati ma che però porta verso il Duomo, c’è un edificio altrettanto imponente e vetusto della chiesa cui si appoggia e che, quando ero ragazza, ospitò per un periodo la caserma degli aviatori. Ora non so a che cosa sia adibito ma molti, molti anni prima della mia nascita era la sede del brefotrofio, cioè il ricovero dei piccoli trovatelli che con poca carità a Fermo chiamavano “muli”. Già quando io ero ragazzina il brefotrofio aveva una sede più degna e confortevole (non forse più felice) verso Porta S.Caterina, ma la vecchia sede conservava ancora la “ruota” cioè quella specie di nicchia girevole che nei vecchi conventi metteva in comunicazione l’interno con l’esterno e viceversa, un modo di mantenere l’incognito di colui o colei che stava fuori e aveva da lasciare “qualcosa” per la carità o alla carità delle suore.

Nonna Gigia, quando per caso passavamo di lì non mancava mai di indicarmela ed io ne avevo sempre un senso di disagio, un misto di paura e di desolazione. In quella ruota qualcuno depositò all’alba del 4 agosto 1866 (o ’65?) un bambino appena nato poi tirò una campanella, la ruota girò ed un nuovo piccolo ospite entrò nell’orfanotrofio tra i “muli”. <La scritta sulla cornice in travertino che inquadra la ruota o rullo interno recita “Suscipit hic pietas quos abiecere parentes” (Qui la pietà accoglie quelli che i genitori hanno abbandonato)>. Secondo la relazione che le buone (almeno si spera) suore compilarono con cura, era :” maschietto avvolto in buone fasce, con corpettino e camicina ricamati e adorni di merletti assai fini e aveva infilato tra le fasce un biglietto in cui era scritto : mi chiamo Emidio e sono stato battezzato”. A buon conto le suore non si fidarono e ribattezzarono il piccolo chiamandolo col nome del santo del giorno in cui era stato deposto alla ruota “Domenico” e dandogli un cognome illustre “Parini”.

Ho motivo di pensare che il piccolo Domenico, Mimì (come poi fu chiamato sempre) non rimanesse a lungo nell’orfanotrofio.  A quei tempi si era soliti affidare i piccoli orfani in allattamento a famiglie presumibilmente buone ma non molto abbienti sovvenzionandole, non so se mensilmente o annualmente, con una somma non certo cospicua ma che per certe situazioni un pò precarie poteva contribuire, una periodica manna dal cielo.

 

Si pensava, credo, che un simile metodo costituisse un incentivo ad accogliere in famiglia un piccolo orfano e si sperava che, anche in considerazione del piccolo reddito che entrava con Lui, fosse amato dai genitori adottivi come uno dei propri figli o quasi. E infatti molti dei neonati dati così in affidamento restavano effettivamente nelle famiglie adottive, come successe a nonno Mimì. Egli fu affidato ad una famiglia Fattenotte. I Fattenotte dovevano essere almeno due o più fratelli, a quei tempi semplici muratori, operai edilizi, non ancora avviati sulla via del benessere ma che almeno i loro figli dovevano raggiungere negli anni avvenire.

Ma il piccolo Mimì però perse presto il padre adottivo e la mamma (o meglio la balia) Fattenotte si trovò a mal partito con diversi figli da mantenere e vide subito la necessità di togliersi almeno il trovatello. Grazie a Dio però non lo riportò al brefotrofio, lo “passò” a sua cognata Nazarena, moglie dell’altro fratello Fattenotte di cui non ho mai saputo il nome. Ecco perché quando io ero ragazzina, ogni tanto a casa dei nonni Parini venivano due signorine un pò attempatelle ma molto fini e ben vestite che chiamavano nonno Mimì e nonna Gigia , Zio e Zia. Erano le figlie di Tommaso Fattenotte, fratello di latte di nonno che gli erano rimaste affezionate come ad un vero Zio e lo rispettavano e lo cercavano. A quei tempi i legami familiari, anche quelli basati sul solo affetto, erano infinitamente più solidi degli attuali.

Però il piccolo Mimì non doveva avere fortuna coi padri adottivi perché anche questo nuovo papà morì presto lasciandolo con mamma Nazarena e quasi in miseria. Ma Nazarena non volle abbandonarlo e continuò a tenerlo. Come lo abbia potuto mantenere non lo so ma la bisnonna Nazarena che mamma Assunta ricordava poco o niente per tirare avanti si mise a fare la lavandaia. Non è da escludere che la sovvenzione del Comune che Mimì continuò a “tirare” fino a dodici anni sia stata determinante nella decisione di nonna Nazarena di tenerlo. Poi a quei tempi i maschietti andavano a lavorare per tempo e qualcosa a fine settimana portavano a casa.

Intanto, mentre Mimì Parini (o meglio Mimì Fattenotte ,come molti lo chiamavano sempre a Fermo) cresceva e si evolveva anche la storia d’Italia: nel 1870 Roma diventò capitale del regno e cominciò ad abbellirsi e ingrandirsi dando lavoro a molti operai che venivano principalmente dal’Italia centrale. Nonno Mimì raccontava che quando aveva circa 13 anni (cioè nel 1878) trovandosi con alcuni compagni verso Porta S.Francesco, incontrò un gruppo di muratori che andavano appunto a Roma a cercare lavoro. Fosse che di lavoro se ne trovava poco per ragazzi della sua età o fosse per puro spirito d’avventura, il giovane Mimì incaricò uno dei suoi amici di avvertire la madre e parti con loro per Roma. Non certo col treno o in carrozza : col “cavallo di S.Francesco” come si dice, e ci misero 15 giorni dormendo nei conventi e mangiando presso i contadini, quando gliene davano.

Del soggiorno a Roma nonno non parlava molto, dovette essere un po’ deludente e anche poco proficuo se alcuni mesi dopo, di ritorno a Fermo, il ragazzo aveva una paura birbona di non essere riaccolto a casa dalla madre. Si mise, raccontava nonna Gigia, in cima alla Mentuccia , che allora era un colle verde senza alberi ne case e cominciò a chiamare la madre. < Ma’,o ma’ posso’rvenì? > gridava. Mamma Nazarena occupava una delle casette che costeggiavano la strada della Carriera, proprio sotto la Mentuccia. Fu immagino ben felice di rivederlo e di riaverlo a casa ma faticò un poco a farglielo capire che la paura di essere scacciato a colpi di scopa si era radicata nella mente del ragazzo, tanto più che tornava senza soldi o quasi.

Un’altra volta nonno Mimì si allontanò da casa, forse nel 1891-’92, ma questa volta andò più lontano addirittura in Africa. Era il tempo delle disgraziate guerre contro l’Abissinia, per conquistare l’Eritrea o la Somalia ..non ricordo molto chiaramente quel periodo di storia patria.. E non credo neppure che nonno fosse stato mandato in Africa: deve esserci andato volontario secondo una triste moda che durò a lungo consistente nell’arruolarsi nell’esercito e rischiare la pelle per mettere da parte un po’ di soldi.

Quello d’Africa non fu però, almeno a quanto raccontava nonno, un periodo del tutto negativo. Ricordo in particolare un episodio che nonno raccontava ogni tanto ( non si ripeteva molto ed in genere non era un parlatore ma c’era sempre qualche nuovo nipote a cui raccontare l’aneddoto).

Un giorno, diceva nonno, il distaccamento di soldati di cui faceva parte marciava su di una strada di terra che costeggiava un dirupo scosceso quasi a piombo sul sentiero. All’improvviso gli Italiani furono investiti da una furiosa sassaiola che veniva rovesciata su di loro da “nemici” invisibili che si nascondevano certamente tra i cespugli sulla cima del dirupo. Sicuri di trovare gli Abissini, i soldati si arrampicarono su per il burrone, lanciando ogni tanto qualche sassata, finchè arrivarono al ciglione … e restarono a bocca aperta. Il “nemico” era un branco di scimmie le quali, appena avvistarono i soldati sbucare da sotto si gettarono sulle spalle i figlioletti ( nonno mimava la mossa) e scapparono urlando.

Per nonno era un ricordo gradevole e molto divertente. Comunque nonno Mimì tornò dall’Africa senza danni e con un po’ di soldi che mise subito “a frutto” alla Posta o in Banca. Almeno così sapeva la gente e questo in quel periodo di povera economia ,in cui la maggior parte degli operai, pur lavorando, non riusciva spesso a mettere insieme il pranzo con la cena, era giù un collocarsi di colpo, tra le “persone abbienti” che potevano guardare l’avvenire con una certa tranquillità. E questo forse gli consentì il matrimonio con Luigia Lucci, cioè nonna Gigia.

 

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